

Tradizioni dialetto e curiosità popolari ortane
Un itinerario dentro Orte
Un viaggio nella memoria e nelle tradizioni linguistiche di Orte.Scopri come stiamo preservando e valorizzando il dialetto locale attraverso la ricerca, la tecnologia e il coinvolgimento della comunità.


Il progetto Dialetto Ortano nasce per raccogliere, documentare e promuovere il dialetto e la cultura locale di Orte. Grazie al lavoro con studenti, esperti e la comunità, abbiamo creato un archivio digitale, un percorso culturale interattivo e nuove pubblicazioni sul tema.✨ I nostri obiettivi:
✔ Conservare e promuovere il dialetto ortano
✔ Creare un percorso culturale con tappe fisiche e digitali
✔ Stimolare il dialogo intergenerazionale
Un itinerario di 11 tappe che ti guiderà nei luoghi più significativi della città, con contenuti esclusivi accessibili tramite QR code. Immergiti nella storia e nelle tradizioni locali con racconti, registrazioni audio e immagini d’epoca.


Una panoramica dell'evento in cui esperti, studiosi e cittadini hanno condiviso il lavoro di ricerca svolto, illustrando il valore storico e culturale del progetto.
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Il progetto Dialetto Ortano nasce dall’impegno di Lighthouse Languages, in collaborazione con il Comune di Orte e con il supporto di esperti nel campo della linguistica, della storia locale e della cultura del territorio.L'obiettivo è preservare, documentare e promuovere il dialetto ortano, un patrimonio immateriale che rappresenta l'identità e la storia della nostra comunità.✨ Cosa facciamo:
✔ Ricerca e documentazione → Creazione di un archivio digitale con testimonianze, documenti storici e studi linguistici.
✔ Percorso culturale interattivo → Un itinerario di 11 tappe nei luoghi simbolo di Orte, arricchito da contenuti multimediali accessibili tramite QR code.
✔ Coinvolgimento della comunità → Attività e laboratori con studenti, conferenze con studiosi e cittadini per tramandare la conoscenza del dialetto alle nuove generazioni.




La SS. Trinità
La chiesetta che si vede sul colle a destra guardando il monumento è dedicata alla Madonna della
SS. Trinità, usata da eremiti fra la fine del ‘300 e i primi anni del ‘400. Ospitò san Bernardino che dimorò in una delle sue grotte nel 1426.
Simon Feo, poeta ortano del XVI secolo, lo attesta nello scritto “Ad amicum”.
Gli ortani ancora oggi guardando la chiesetta la chiamano “La Madonna che guarda Orte”.
La transumanza
L’importanza della transumanza a Orte è significativa per la posizione strategica della confluenza del Nera con il Tevere, punto di riferimento cruciale già in epoca etrusca. Durante il passaggio delle greggi si creava un mercato dove conciatori, canapai, facòcchi (carradori), falegnami facevano affari. Le fiere erano il momento di maggiore risonanza.
Il dialetto del 1300
In un manoscritto particolarmente significativo del XIV secolo ritrovato nell’archivio comunale di Orte, sono state rilevate parole ancora presenti nel dialetto ortano o recentemente scomparse. Il manoscritto, “Entrate e uscite” (Spese e guadagni) di un possidente di Orte di nome Bartolomeo è preziosissimo per l’evoluzione e lo studio del dialetto del nostro paese e nell’Italia mediana.
Salenno vèrzo Orte (Salendo verso Orte)
Nel salire verso Orte piccole curiosità e storie quotidiane ci accompagnano nei ricordi come l’invenzione delle macchine irroratrici fatta da Leonildo Crocoli o il vissuto degli anni ’50 del novecento o ancora la famosa pittrice Corinna Ceccarelli di cui un quadro è stato a lungo esposto ai Musei Vaticani dal titolo “La messa beat”.
RICERCA EFFETTUATA DAL DR. VINCENZO CHERUBINIELENCO INFORMATORI DAI QUALI SONO STATE TRATTE LE NOTIZIE RELATIVE
ALLA RICERCA SONO IN FONDO ALLA PAGINAI’ LLIBBRI ‘N DIALETTO SU ORTE
LA MADONNA DELLA SS. TRINITÀLa chiesetta che si vede sul colle è dedicata alla Madonna della Trinità, usata da eremiti fra la fine del ‘300 e i primi anni del ‘400. Ospitò san Bernardino che dimorò in una delle sue grotte nel 1426.
Simon Feo, poeta ortano del XVI secolo, lo attesta nello scritto “Ad amicum”.
(Fraticelli L., Ad amicum elegia di Simon Feo, Quaderni dell’accademia dei Signori Disuniti della città di Orte N° VI, Orte 1991, Olimpica Poligrafica.)
Gli ortani ancora oggi guardando la chiesetta la chiamano “La Madonna che guarda Orte”.
“L’esplosione di un treno carico di munizioni, nell’autunno del 1943 aveva fatto crollare buona parte della rupe, dove era scavato l’annesso romitorio di san Bernardino: i massi avevano sommerso la chiesa rimasta miracolosamente intatta. Due ortani, che hanno il diritto alla riconoscenza imperitura di tutti i cittadini, Pietro Martini e Giovanni Nasetti, con fatica paziente e generosa, l’hanno liberata dalle macerie e hanno sistemato la vasta zona d’intorno.”
(Gioacchini D., Orte le contrade e i borghi attraverso la fabrica ortana, Orte 2001, Tipografia Menna, p. 246.)
In “Elenco delle famiglie che costituiscono la popolazione di Orte, estratto degli stati delle anime del 1864” si rileva che presso la SS. Trinità era presente un frate eremita.
(Nasetti G., Frammenti di vita ortana dell’800, Orte 1981, Tipografia Menna, p. 128.)

LA TRANSUMANZALa transumanza a Orte
(Vincenzo Cherubini, Anna Livia Marcomeni, “La transumanza umbra dagli appennini al mar Tirreno, attraversando Orte”, Memoria Storica Rivista del Centro Studi Storici di Terni, n°61 anno XXXI 2023, Edizioni Thyrus, pp. 201 – 2014.)Più avanti, nei pressi di Orte, le greggi si dividevano.
Quelle dirette verso Roma proseguivano in direzione sud lungo la Flaminia. Alcune svernavano nei pressi di Borghetto Flaminio, Gallese e Civita Castellana mentre altre raggiungevano la Cassia nei pressi di Campagnano e, da qui, si diramavano verso Bracciano, Cerveteri e il litorale a nord di Roma.
Le greggi dirette verso la pianura di Orvieto si diramavano in direzione di Amelia, Giove, Attigliano a Sipicciano.
Quelle dirette verso la Maremma Viterbese, invece, tagliavano verso ovest passando per Bassano in Teverina, Vitorchiano, Bagnaia, Viterbo, Tuscania e, da qui, alcune proseguivano in direzione di Vetralla fino a raggiungere le zone di Civitavecchia.
Di grande interesse culturale era anche il tratturo che attraversava Castel Bagnolo, usato non solo per la transumanza, la cui stazione in seguito divenne punto di riferimento per il carico e scarico di merci.
Il borgo arroccato di Orte, grazie alla sua ubicazione, già in epoca etrusca risultava essere un centro di cruciale importanza che determinò una costante frequentazione del territorio.
Punto d’incontro delle vie Amerina (proveniente da Gallese) e Tiberina (collegante i vari approdi fluviali da Roma a Orte) situato poco lontano dalla confluenza del Tevere con il Nera, importante direttrice di comunicazione con l’Umbria.
Qui sorgeva la città portuale di Seripola i cui ritrovamenti archeologici stanno a dimostrare che nel periodo che va dal V al I sec. a. C. il territorio ortano era centro di intensi traffici commerciali.
Poco distante dal porto di Seripola si trovano i resti del Ponte di Augusto, o Pontaccio, distrutto dai Borgia intorno al 1520 al fine di proteggere le rocche di Civita Castellana e Nepi, costringendo in seguito la popolazione ad avventurosi guadi su precarie imbarcazioni; resti che consistono in alcune parti delle strutture di cinque dei sei piloni originali, a pianta esagonale.
Il collegamento tra il ponte sul Tevere ed il centro urbano era assicurato dalla Porta di San Cesareo e, una volta attraversato, si discendeva dalla parte opposta, lungo la Via della Rocca.
Nella seconda metà dell’800 i transumanti raggiungevano Bassano in Teverina grazie alla Via di Lucignano, percorrendo un tragitto pari a circa 4.000 passi.
Il transito di un centro abitato da parte delle carovane che accompagnavano le greggi nella transumanza era un evento che portava un notevole risvolto economico e sociale.
In queste occasioni si creava una sorta di mercato dove i pastori avevano la possibilità di vendere il formaggio e la ricotta mentre conciatori di pelli, cardatori di lana, facocchi (carradori, costruttori di carri agricoli), maniscalchi e falegnami facevano affari prestando la loro opera.
Di maggior volume e risonanza erano le Fiere, giganteschi mercati che di solito si svolgevano in città o borghi conosciuti come centro di smistamento economico e commerciale.
Le fiere risalgono prevalentemente al periodo medioevale e di antica istituzione è la Fiera dei Campanelli di Orte, solennizzata da papa Bonifacio IX nel 1396 quando questi concesse l’indulgenza a tutti coloro che si recavano in pellegrinaggio a Orte in devozione a Sant’Egidio.
Comprendeva una grande fiera di merci che si svolgeva nel centro urbano mentre al di là del Tevere si teneva quella del bestiame, bandita fino ai territori di Perugia e Norcia.
I percorsi seguiti dai pastori erano consuetudinari, dettati dalla natura del territorio e frutto degli accordi tra conduttori e agricoltori; inoltre percorrere sempre le stesse strade facilitava l’orientamento degli animali negli anni.
Gli spostamenti delle greggi erano scanditi dalle due feste dedicate a San Michele Arcangelo: la stagione del pascolo invernale iniziava con la festività del 29 settembre e terminava l’8 maggio, giorno dell’apparizione dell’Arcangelo Michele nel Gargano. La stagione del pascolo estivo comprendeva il rimanente periodo, ossia dalla festa di San Michele di maggio a quella del 29 settembre.Le soste si effettuavano in luoghi prestabiliti noti come riposi, dove le masserie potevano sostare fino a tre giorni e tre notti consecutive, dotati di fontanili indispensabili per l’abbeveraggio delle greggi e di ricoveri per provvedere all’assistenza sia spirituale che materiale dei pastori anche se, spesso, questi trovavano assistenza anche presso le famiglie contadine che abitavano le case rurali sparse nel territorio, ricevendo cibo e un giaciglio in cambio di latte e prodotti caseari.
Una masseria media, di 2.000-3.000 pecore, disponeva di 10-15 addetti organizzati in modo autonomo e gerarchico la cui conduzione era affidata al vergaro, figura indiscussa e predominante all’interno dell’azienda.
La transumanza in larga scala è terminata intorno agli anni 60 del secolo scorso quando, in seguito alla costituzione dell’Ente Maremma nel 1951, vennero espropriati e ridistribuiti i latifondi a piccoli proprietari coltivatori diretti.
Oggi è pressoché estinta nella sua forma originaria ed i pochissimi pastori che affrontano sporadici spostamenti da un pascolo all’altro si avvalgono dell’utilizzo di camion.
Ciò anche per ovviare ai molteplici ostacoli burocratici legati proprio allo spostamento degli animali e al rischio di farli transitare attraverso spazi pubblici, territori comunali diversi e con diverse regole, a volte anche su tratti stradali obbligati, dal momento che cementificazione, edificazione e trasformazione dell’agricoltura stessa, hanno interrotto o cancellato gli antichi tracciati dei pastori.
INTERVISTA SUL PASSAGGIO DEI TRANSUMANTI A ORTE
(L’intervista è stata effettuata a novembre del 2022)
I: intervistatore: Vincenzo Cherubini
E: Ermete Bonifazi (Orte 1935)I: Ti ricordi quando passavano i transumanti a Orte? Che succedeva?
E: Avanti annava bbùttero co’ ccavallo, che faceva strada, dièdro veniva tutto ggrègge co’ i’ccòso… i’ vvergaro che era quello che commannava tutti l’operai e che stava llì e guardava tutto ggrègge ‘nzómma quello dicémo èra i’ ccapo operaio via... E passavono pe’ quésta strada. Annavono vèrzo Bassanèllo (Attuale Vasanello) , vèrzo Viterbo, che ppòi scennévono, venìvono de qqui, passavono pe’ Orte, dicémo dall’ Abbruzzo all’alta ternana, eh ssi da Peruggia, tutte le mondagne quélle. Aggià comingiavono a scénne tutti perchè passavono a bbranchi. A la nòtte capace che passavono tre quattro branchi mica pòchi… Come minimo mille, milleccinquecèndo, dumila pègore…venivono e sembrava ‘n’ artijjeria de sordati perchè dièdro venivono tutte le carròzze che portaono la magnifica, e ssi tutto pe’ magnà: ppane, tutto quello che servìa, pasta, perché loro ‘gni vòrda che passaono se fermaono, ‘gni anno passavono due tre bbranchi se fermaono perché c’avevamo ffòsso. Allora le pègore c’avevono bbisogno de bbéve, le pègore, mmuli, ccavalli. Cc’avevono de tutto, j’affittavamo un èttaro ddue de tèrra dóve c’èra la còsa pe’ andà da ffòsso, pe’ falli bbéve. Se fermavono de llì, facevono la céna, facevono fformaggio e dde nòtte ripartivono. Ce stavono un giórno massimo ddui, ammesso che io c’éo parecchi’ èrba, allora approfittaono a falli riposà ‘n giorno de ppiù, pagavono de ppiù perchè ce pagaono, stéono ‘n giórno de ppiù, partivono i’ggiórno dòppo. Se riposavono anghe lóro. Un pòchi quanno stavono vicino a Bbomarzo, nnavono ggiù, nnavono pe’ i’ ppiani de Orvièto, perchè anghe lì cc’èrono i bbiadajji l’èrba che mettevono ccontadini, perché mettevono ll’èrba pe’ quésti pastori, che ce pijjavono zzòrdi, poi a aprile quésta tèrra la aravono e cce mettévono ttabbacco. Allóra loro annavono qui a settembre ottobre; aprile dovevono riannà vvia e ripassavono. E ccosì questa faccènna de pègora bicia pègora bicia… nói cóme se dice ce mettevamo capace su ‘na strada che sópre c’era ‘na montagnòla, capace du’ tre ragazzétti.
I: In che zona stavi?
E: Stavo a san Giovanni a la strada de Bbassanèllo, de qui sópre Żżèlli.
I: Si fermavano anche in altre parti a Orte?
E: Do’ jje capitava, ‘gni appezzamendo de terréno potéva daje de sostà ‘na notte o ddue, come adèsso presémbio llì da nói, l’unico casale appéna usciti su da Żżèlli eravamo nói, cc’avevamo combinazione del fosso e annava bbène dòppo se potévono fermà anghe più ssu, dicémo su vèrzo la Cava de la bbréccia, da ccasale de Parrini. Pure de llì cc’èra ccasale che c’avéva l’acqua, oppure dicémo da la strada de Bbassano, su ddi sópre a Ccimitero, quélli do’ cc’avevono ll’acqua se fermavono. A Bbassano pòi fino a quanno nun trovavono ll’acqua, a Bbassano nun c’era tanda e dovévono arrivà vèrzo Bbomarzo, llà ffòsso de Bbomarzo, llì cc’era la macchia, capace se fermavono déndro la macchia solo pe’ pòche ore, solo pe’ falle bbéve e ripartivono, perchè la necessità era quélla de falle bbeve. Magnà si nun c’èra pe’ un giórno èra uguale, ma i’ bbée era indispenzabbile. Qui nun la facevamo la tranzumanza perchè nun c’avevamo tande pègore e ppòi èra callo, stavamo bbène. ‘Gni casale capace che cc’aveva dieci quinnnici pègore.
I: Dove dormivano?
E: Eh do’ dormivono… se stavono vicino casa presémbio che je davamo ‘n appezzamendo vicino casa, dormivono déndro la magnatóra de’ bbòi, oppure déndro a’ ccappannóne dóve stéva ariméssa l’attrezzatura e sse nnò dormìvono sótto a’ ccarrétto. Quanno pioéa, grandinaa… steano llà sotto poracci, facevono ‘n fògo che mettéa paura, ‘gni pòco ‘na scallata, co’ ll’ingerate, le fasce, ‘nzomma campavono così. A la madìna dovevono fà fformaggio sótto all’acqua, mettévono sèmbre quarche còsa ‘na tendina. Dormivono déndro la magnatora e stavono come papi, perchè èrono calle le magnatore. E ‘nvece se stavono da ‘n gasale che nun c’avevono ppòsto pe’ ddajje, dormivono sotto a’ ccarrétti. Allóra mica c’èra nnailo, i’ccarrétti c’avévono quélli carrétti lunghi, perchè cc’avévono da caricà tanda ròbba nò? C’avévono da caricà lendìcchie, ccéci, pasta, tutto perchè finghè nun arrivavono ne le zzòne dicemo de Tarquinia, La Tolfa, Mondalto, tutte le zzòne quélle, Tuscania. Ha visto quanno passi pe’ quélle tenute…che nun c’è un casale… gnènde, è tutta tenuta libbera, llì venivono piantati ‘m pòchi a ggrano, ‘m pòchi a erbajj, che ppòi dóve dicémo che ce stavono le żżòne più umide ce piandavono i’ ttabbacco, quell’andre venivono messe a èrba o a ggrano. Però i’ bbiadajji li facevono perchè ce prendevono li sòrdi. I bbiadajj li seminavono dicémo i’ pproprietari de’ tterreni, li seminavono pe’ vvénneli a quésti pastori. Dde llì se tratta che pijjavono cinguanda, sessanda èttari, perciò je ce volevano le żżòne come dicémo, che èrono ambie e calle pe’ vvia dde’ mmare. Allora ‘nnavono tutti llà e a aprile ripartivono. Ècco la vida che facévono. Tutto qua.
Parlanno de tranzumanza aggià dai primi de’ ‘900 dicémo che dai paesi dóve avvenivono le traverzate de ‘ste mandrie, al passaggio nun venivono accòlte tando bbène, perchè èrono portatori di mósche e sporcavono le strade, e dai cambi vicini endravono quésti animali e distruggevono tutto. ‘Nvece èrono bbène accòlti dai proprietari, che affittavono pascoli e abbeveratori, che venivono poi pagati con formaggio e rigòtta. Al passaggio di quéste mandrie, la ggènde venìa svejjata da campani, fischi e schiamazzi, che facevono i’ ppastori pe’ richiamà l’animali che cercavono de allondanasse da la strada, per mangià quarcòsa. A volte gruppetti de ragazzi, a’ ppassaggio di quésti pastori, si nascondevano e qui a Orte veniva cantata la canzoncina della pègora bìcia:
“Tu pecoraro dalla pecora bìcia chjappa tu mójje pe’ la camicia, falla ballà falla sardà, quésta è la vita de’ ppecorà.”, creanno l’ira di quelli pòri pastori.
I’ pprimo che arrivava su’ ppòsto stabilito pe’ ripòso era sèmbre i’ bbuttero, dièdro carrétti e cariòli a quattro ròte, pièna de attrezzature, acqua e viveri, dièdro seguiva i’ggrègge co’ pastóri e i’vvergaro, che viggilava la mandria e i’ppastóri.
Quéste mandrie subbivono anghe dei furti, durande il viaggio, c’èrono ladrùngoli che se appostavono dièdro le sièpi o sótto i’ ponticèlli e a’ ppassare de la mandria, cercavono de catturà quarche ccapo. Pròpio qui a Orte è capitato che ‘nvece di afferrare una pègora ha tirato déndro ‘n gane, così i’ ppòro ladrùngolo, ha passato prima gguai co’ ccane e ppòi co’ i’ ppastori.TRADUZIONE DELL’INTERVISTA
(La traduzione effettuata è sintetica, tralasciando le ripetizioni e alcuni passaggi marginali).I: Ti ricordi quando passavano i transumanti a Orte? Che succedeva?
E: Avanti andava il buttero con il cavallo che faceva strada, dietro veniva tutto il gregge con il vergaro il quale comandava gli operai. E passavano per questa strada, andavano verso Vasanello, verso Viterbo e poi scendevano passando qui a Orte, dall’Abruzzo, dall’alta ternana, da Perugia da quelle montagne. Alla notte passavano anche tre quattro branchi, non pochi: mille millecinquecento, duemila pecore, sembrava un’artiglieria di soldati perché dietro venivano tutte le carrozze che portavano il cibo, tutto ciò che serviva, pane, pasta; perché loro ogni volta che passavano si fermavano, ogni anno passavano due o tre branchi, si fermavano perché c’era il fosso. Le pecore, i muli e i cavalli avevano bisogno di bere. Avevano tutto, affittavamo loro uno o due ettari di terra, dove c’era il passaggio per andare al fosso e far bere le bestie. Si fermavano, preparavano la cena, il formaggio e di notte ripartivano. Ci stavano un giorno, massimo due, io avevo il terreno con molta erba, allora approfittavano per far riposare le bestie un giorno di più, a pagamento, riposandosi anche loro. Alcuni quando stavano vicino a Bomarzo, andavano giù fino ai piani di Orvieto perché anche lì c’erano i campi di avena. La mettevano i contadini per loro prendendo dei soldi, poi ad aprile la stessa terra veniva di nuovo arata e ci piantavano il tabacco. Loro passavano qui a settembre/ottobre e ripassavano ad aprile.
La frasetta della pecora Bigia, la dicevamo noi ai pastori ma ci mettevamo sopra a delle piccole alture, due o tre ragazzetti la canticchiavamo a loro.
I: In che zona stavi?
E: In località san Giovanni, sulla strada verso Vasanello.
I: Si fermavano anche in altre parti a Orte?
E: Dove capitava, ogni appezzamento di terreno poteva dare loro la sosta per una notte o due, appena usciti da Zelli, era il nostro casale che per combinazione aveva il fosso vicino, anche verso la Cava della Breccia, dal casale di Parrini. Anche lì c’era questo casale che aveva l’acqua, oppure verso la strada di Bassano, dopo il cimitero ma dove c’era l’acqua, al fosso di Bomarzo, può darsi che si fermavano nei boschi ma per poche ore solo per far bere le bestie. Poi ripartivano perché la necessità era quella di farle bere. Se non c’era da mangiare per un giorno, non era importante, ma il bere era indispensabile. Nelle nostre zone non si faceva la transumanza perché non avevamo molte pecore, poi era caldo e si stava bene. Ogni casale poteva avere dieci quindici pecore.
I: Dove dormivano?
E: Dormivano vicino casa, davamo loro un appezzamento di terreno, dormivano dentro la mangiatoia dei buoi oppure dentro al capannone dove erano gli attrezzi, dormivano anche sotto i carretti. Quando pioveva o grandinava stavano lì sotto poveracci, facevano un fuoco che metteva paura, ogni poco si scaldavano, poi si coprivano con le incerate e le fasce. Alla mattina se pioveva facevano il formaggio sotto la pioggia.
Dormivano dentro le mangiatoie e stavano caldi. Se invece stavano in un casale dove non avevano posti riparati, dormivano sotto i carretti, allora non c’era il nailon, avevano i carretti lunghi perché ci dovevano caricare tanta roba. Dovevano caricare lenticchie, ceci, pasta, tutto insomma fino a quando non arrivavano nelle zone di Tarquinia, Tolfa, Montalto e Tuscania. Quando passi per le tenute dove non c’è un casale, quelle tenute venivano piantate un poco a grano, un poco a erba. Però facevano anche i campi di avena perché ci prendevano i soldi, li seminavano i proprietari di questi terreni per venderli ai pastori. Prendevano cinquanta, sessanta ettari e le occorrevano zone ampie e calde per via del mare. Allora andavano tutti in quelle zone e ad aprile ripartivano. Ecco la vita che facevano, tutta qua. Già dai primi del ‘900 queste mandrie che passavano, non venivano accolte tanto bene, perché erano portatori di mosche e distruggevano le strade e nei campi vicini dove entravano questi animali distruggevano tutto. Invece erano ben accolti dai proprietari i quali affittavano pascoli e abbeveratoi venendo poi pagati con formaggio e ricotta. Al passaggio di queste mandrie, la gente veniva svegliata da campanacci, fischi e schiamazzi che facevano i pastori per dirigere le pecore. A volte gruppetti di ragazzi al passaggio di questi pastori, si nascondevano e qui a Orte veniva cantata la canzoncina della “Pecora bigia”:
“Tu pecoraro dalla pecora bìcia chjappa tu mójje pe’ la camicia, falla ballà falla sardà, quésta è la vita de’ ppecorà.”, Suscitando l’ira di quei poveri pastori. Il primo che arrivava sul posto stabilito, era sempre il buttero, dietro carretti e carri a quattro ruote pieni di viveri pieni di attrezzature, acqua e viveri, dietro seguiva il gregge con i pastori, poi il vergaro che vigilava la mandria e i pastori.
Subivano anche dei furti, durante il viaggio, c’erano ladruncoli che si appostavano dietro le siepi e sotto i ponticelli, al passare della mandria, cercavano di catturare qualche capo. Anche qui a Orte è capitato che invece di afferrare una pecora, ha tirato dentro al sacco un cane, così il povero ladruncolo, ha passato prima i guai con il cane poi con i pastori.Di grande interesse culturale era anche il tratturo che attraversava Castel Bagnolo, non solo punto di transito ma destinazione finale di greggi e armenti provenienti dall’Abruzzo.
La famiglia Scipioni, proveniente dall’Abruzzo si era insediata a Bagnolo fin dai primi anni del secolo scorso, aveva migliaia di pecore (Si ringrazia Franco Scipioni per l’informazione), la produzione di latte e formaggio era molto abbondante, tanto che a Orte fino agli anni ’50 era diffusa una frase dileggiativa rivolta a persone che avevano i denti sporgenti, la quale recitava così: “Co’ quélli dèndi po' jjì a mmarcà i’ccacio a Bbagnòlo.” (Con quei denti può andare a mettere il marchio sul formaggio di Bagnolo) (Informatrice Anna Labrecciosa).
A tal proposito, ossia di Castel Bagnolo quale destinazione finale dei transumanti, la testimonianza è stata rilevata in un’altra intervista.

INTERVISTA SULLA TRANSUMANZA A CASTEL BAGNOLO FRAZIONE DI ORTE
(Intervista fatta da Vincenzo Cherubini a Giancarlo Vitali nato a Roma nel 1945, residente a Bagnolo dal 1970, agricoltore. L’intervista è stata effettuata il giorno 15 luglio 2023)I: I transumanti che passavano per Bagnolo o che si fermavano a Bagnolo da dove venivano?
- Sia dalle montagne umbre verso Norcia, Montecavallo e sia dall’Abbruzzi, Campotosto quelle zone lì. Scendevano verso il rietino poi venivano e si espandevano per l’agro ortano. La transumanza era da ottobre fino al 24 giugno, passavano qui tutto l’inverno, coll’erbaje eccetera.
I: Che vuol dire coll’erbajje?
- L’erbajje quelle che l’agricoltori preparavono, poi venivano le pecore e ce realizzavono ppascolo.
I: Quindi si preparavano le erbajje!
- Si. Le essenze specifiche per le pecore, era trifojjo ‘ncarnato e la biada, poi coll’evoluzzione la loiessa (lolium multiflorum) che c’ha un ciclo vegetativo più lungo, ha preso il sopravvento ma il trifojjo nincarnato e l’avena era l’erbajja in uso allora per le pecore. Pascolavano tutto l’inverno. Pagavano ed era una bella risorsa perché le verdure invernali, per il pascolo alle pecore va benissimo ma per l’utilizzo ai bovini poco.
I: Quindi gli agricoltori li preparavano per i transumanti?
- Si era creato un equilibrio tra pastore e agricoltore, davi l’erba a le pecore pe’ ttutto l’inverno, senza mannacce bbestiame pesante, le vacche ecc…
I: Qui si fermavano o passavano e andavano da altre parti?
- Qui a Bagnolo era tappa fissa, si fermavano proprio, arrivavano da Rieti e si fermavano per il periodo invernale.
Per dare una testimonianza a questo… Mazzilli, Cavallari, Scoscina, Scipioni, Paolini, Adriani, Blanchi che era de Visso e Antonelli, erano addirittura tre fratelli, sò tanti. Poi le cose sono cambiate e sono diventati residenti, ma sono venuti a Bagnolo da pastori.
I: Cosa ti ricordi dei transumanti?
- Io sto qui dal ’70, li ho conosciuti j’ho dato casa, j’ho dato ppascolo, li ho conosciuti propio ‘sti transumanti. C’erano le abbitazzioni per loro, c’era hai visto quella casa diroccata… ce so stati dentro i transumanti per anni e anni da la casa de Nesbitt, poi più su alla villa c’erano altri, io stesso j’ho dato l’appoggio. Con loro si era creata un’amicizia, erano sempre gli stessi, è difficile che si cambiava, si erano stabiliti buoni rapporti. Poi si ripopolava Bagnolo, molti bambini li portavano a scuola con i pulmini perché facevano le elementari. Tu capisci che le famijje alloggiate qui erano sei o sette, anche di più, un paio da Nesbitt, due ggiù da Mazzilli, quindi erano una decina di greggi che venivano.
I: Quante pecore c’erano in un gregge?
- Beh erano sette, ottocento, mille a ppastore ma… in tutto Bagnolo più de diecimila pecore sicuro.
I: Quindi i transumanti si stabilivano qui da Ottobre?
- Si da ottobre in base a come era la stagione, ma la data canonica che cessava il contratto era il giorno di san Giovanni il 24 giugno, allora c’era questa abitudine di mettere i santi a’ pposto delle date, san Giovanni pe’ la transumanza, sant’Anna pe’ la fine de la trebbiatura, san Martino… quello dell’ua.
I: Facevano prima l’acqua di san Giovanni e poi partivano?
- Si. Era così. Ma qui è stata fatta poco, era un’usanza che si stava già spegnendo.
I: Oltre a Bagnolo dove stazionavano i transumanti?
- C’era la principessa Falletti che aveva una proprietà piuttosto grande qui intorno a Bagnolo, con tante colonie che era da appoggio anche per i pastori. Stazionava a Bagnolo, Bagnoletto, Resano, dove aveva la proprietà la principessa. Stazionavano anche a Baucche nei casali, pascolavano con il gregge poi pijjavano una stanza e passavano l’inverno, da ottobre fino a giugno. C’ avevano lo stazzo.
I: Da quanto sei qui?
- Dal ’70, dal 1970 e i pastori venivano da Campotosto, da Visso, e un anno c’erano dei pastori sardi, però solo un anno in quanto si era creato un rapporto di continuità con gli abruzzesi.”

Carta 4v (10v) per gentile concessione di Abbondio Zuppante
ALCUNI TERMINI DIALETTALI ORTANI ODIERNI PRESENTI IN UN MANOSCRITTO DEL XIV SECOLO.
(Cherubini V., Alcuni termini dialettali odierni presenti in un manoscritto del XIV secolo, in “Rivista del Centro Studi Storici di Terni: Memoria Storica n°59, anno XXXI, 2022, pp. 247 – 258. IL DIALETTO ORTANO)Il dialetto ortano si colloca all’interno della Tuscia viterbese nella sub-area falisco-tiberina.
“[…] Trovandosi Orte sul Tevere, cioè al confine dell’area laziale con la bassa Umbria, presenta numerose affinità con i dialetti di Otricoli, Narni, Terni, Amelia, centri con i quali la cittadinanza ha mantenuto in passato e mantiene tuttora continui contatti. Il profilo della parlata locale si presenta particolarmente significativo, anche perché Orte si è trovata per la sua posizione coinvolta in flussi migratori ed in tempi più recenti ha risentito del progressivo adeguamento allo standard linguistico della capitale. Un illustre dialettologo, in una rilevazione dialettologica effettuata negli anni 1958 – 59, a tal riguardo formulava un giudizio perentorio: “A Orte la lingua subisce un declassamento notevole, perché il peggio della corrente laziale-romanesca viene ad agire su un’area già di per se stessa molto tormentata” (M. Melillo, Confini linguistici tra alto Lazio e Umbria, in “I dialetti dell’Italia mediana con particolare riguardo alla regione umbra – Atti del V convegno di studi umbri – Gubbio – 28 maggio – 1 giugno 1967”, a c. della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Univ. degli Studi di Perugia, 1970, p. 503, num. 8).” (Cimarra L., Note sul dialetto ortano e glossario, in “Zzòni ccanti e zzombi là ppe’ Orte” di Vincenzo Cherubini, Civita Castellana 2013, Telligraf, p. 105.)ENTRATE, USCITE E MEMORIE
Il registro di Bartolomeo da Orte, 1369 – 1403Durante l’inventariazione dell’Archivio Storico del Comune di Orte, il dr. Abbondio Zuppante, storico, tra le carte sciolte trova un documento particolarmente significativo, un registro contabile di Bartolomeo da Orte, risalente al periodo 1369 – 1403, redatto in italiano volgare.
La preziosità del documento e la rarità di tale materiale, ha sollecitato il ricercatore ad approfondire, ad osservare e dipanare foglio per foglio in un continuum di articolazioni e ricostruzioni, con metodologia scientifica e oggettiva, con note esplicative relative al periodo e con un indice ragionato dei nomi delle persone in contatto con Bartolomeo.
Il registro contabile è costituito da 25 carte cucite tra loro, prive di copertina e non cartulate, misurano mm. 294 x 224. (Zuppante A., Entrate uscire e memorie, il registro di Bartolomeo da Orte, 1369 – 1403, Viterbo 2021, Edizioni SETTE CITTÀ, p. 19.)
L’autore, nello studio, approfondisce più aspetti che vanno dal registro rilevato (forma criteri di edizione e testo) nella prima parte; alla descrizione del tempo del redattore (il personaggio, la famiglia e la casa, le proprietà immobiliari, il popolamento delle campagne ortane, la situazione politica locale) nella seconda parte; infine sui contenuti (le attività del redattore e del suo ambiente socioeconomico, l’agricoltura e i molini, il commercio, il credito, la mobilità e i trasporti terrestri e fluviali, i lavori edili, i tessuti, gli abiti e gli ornamenti) nella parte finale.
La prima parte, il registro: la forma, i criteri di edizione e il testo.Per quanto concerne sia la forma che i criteri di edizione, non verranno approfonditi in questo elaborato, l’interesse invece verte sul testo.
Perché soffermarsi su un testo di fine ‘300 inizi ‘400?
La curiosità è stata stimolata da alcuni termini dialettali già presenti in quel periodo, alcuni dei quali correnti o da poco scomparsi, sia in ambito regionale che nel dialetto della Tuscia e, ovviamente anche a Orte. L’interesse e un primo approfondimento sono relativi a tale presenza.
“Ma al di là dell’interesse storico, economico e paleografico-codicologico, il manoscritto rappresenta un unicum per delineare l’evoluzione della lingua italiana in un’area assolutamente priva di altre testimonianze, che supera abbondantemente i confini comunali di Orte.” (Zuppante A.)
Condividendo in pieno ciò che dice l’autore, aggiungerei che al di là della testimonianza per la lingua italiana, può essere utile anche per quanto concerne gli aspetti dialettologici, in quanto nella nostra area sono stati per molto tempo ignorati almeno fino a qualche anno fa. La rivalutazione di tali aspetti e della loro varietà nella Tuscia è sicuramente attribuibile agli studi di Petroselli e Cimarra.
(Per quanto riguarda gli studi effettuati da Petroselli e Cimarra nella Tuscia, sono ampi e particolarmente ricchi, variano dagli studi folklorici, a quelli filologici, fino alle pubblicazioni di diversi vocabolari (Blera, Civita Castellana, Canepina, Viterbo e Vallerano).L’ INDAGINEIl presente studio non vuole essere un approfondimento linguistico, né uno studio diacronico relativo ai termini, ma semplicemente una registrazione osservazionale rispetto ad una eventuale presenza ancora oggi di alcune parole dialettali nella comunità di Orte e di Terni risultanti presenti nello scritto rilevato da A. Zuppante e pubblicato dallo stesso ricercatore nel libro “Entrate uscite e memorie, il registro di Bartolomeo da Orte, 1369 – 1403”. Ovviamente ciò non esclude la presenza dei lemmi in altre aree della Tuscia o dell’Italia mediana né in altre regioni. Sono stati scartati nel presente studio i toponimi ancora presenti.
Lo studio è volto a rilevare quindi attraverso materiale dialettale contemporaneo (testi, registrazioni, video ecc..) l’eventuale presenza di termini già presenti nel Registro di Bartolomeo.
Ad un primo approccio, risultano presenti numerosi termini ancora in uso oppure solo recentemente scomparsi.I TERMINI RILEVATI
(Lettura storica e contestualizzazione dei termini in questo lavoro di Zuppante A.)Prima di inoltrarci alla rilevazione di alcuni termini specifici, presenti nel registro, può essere significativo evidenziare ciò che scrive Zuppante nel capitolo “Agricoltura e mulini” parte III:
“Tra le proprietà di Bartolomeo, infine, potrebbe riferirsi a un altro orto l’accenno a un terreno da “Vottile” – forse lo stesso posto in Saseta – dato a lavorare al corrispettivo di un terzo del prodotto.”, aggiungendo una nota a piè pagina: “Ancora oggi a Orte per bottile si intende una riserva d’acqua, come poteva essere, in questo caso, l’invaso prodotto dallo sbarramento, la Para, del rio Paranza, nella valle di Sasseta.
La Para del rio Paranza è un toponimo ancora popolare e presente.1v (15v) :
1. mene; pron. pers.: me (con epitesi di “ne”).
Registrazione dialettale méne.
2. de; prep. sempl.: di.
3. remasero; passato remoto del verbo tr. rimanere: rimasero.
Registrazione dialettale remàsero.
4. de li; prep. art., dei.
li; art. m. pl., i, gli.2r (16r):
1. aveva auti; trapassato prossimo del verbo tr. avere: avuti, avuto.
Registrazione dialettale auti.
2. facemo; ind. pres. del verbo tr. fare: facciamo.
Registrazione dialettale facémo.
3. ala; prep. art.: alla.
Registazione dialettale a la.3r (24r) :
1. de la; prep. art.: della.
2. sopre; preposizione e avv.: sopra.
Registrazione dialettale sópre.
3. da prete; prep. art. dal., dal prete.
Registrazione dialettale da’ pprète.
4. de preti; prep. art. dei., dei preti.
Registrazione dialettale de’ pprèti.4r (20r) :
1. che avemo; presente indicativo del verbo tr. avere: che abbiamo.
Registrazione dialettale avémo.
2. esso; pronome personali maschile sing.: lui.
Reg. dialettale ésso.
3. aseno; nome sing. m.: asino.
Reg. dialettale àseno.4v (20v) :
1. me; pron. personale tonico: mi.
2. mèle; sing. masch.: miele.5r (23r):
1. granne; agg. grande.
2. so le cose; verbo ausiliare essere, 3° pers. plur.: sono.
Registrazione dialettale sò’.
3. stao; verbo intransitivo stare, 1° pers. sing.: stavo.6r (21r):
1. mannamo; presente indicativo del verbo transitivo mandare: mandiamo.
2. remesso; participio passato del verbo transitivo rimettere: rimesso.
Registrazione dialettale remésso.
3. ne le; preposizione articolata: nelle.
4. pagamo; indicativo presente del verbo transitivo pagare: paghiamo.
5. la mitate; sostantivo femminile con epitesi di “te”: la metà.
6. remane; presente indicativo del verbo intransitivo rimanere: rimane.
7. Lodovico; antroponimo di Ludovico (?).7r (22r):
1. quanno; avverbio e congiuntivo: quando.
2. vennemmo; indicativo passato remoto di vendere: vendemmo.
Registrazione dialettale vennémmo.9r (1r):
1. dota; singolare femminile: dote nuziale.
Registrazione dialettale dòta.10r (2r):
1. cummanno; indicativo presente del verbo transitivo comandare: comando.
2. rennuti; participio passato del verbo transitivo rendere: renduti, resi.12v (17v):
1. dei; passato remoto del verbo transitivo dare: diedi.
Registrazione dialettale déi.
2. deo; indicativo presente del verbo transitivo dovere: devo.
Registrazione dialettale déo.14r (3r):
mannai; passato remoto del verbo transitivo mandare: mandai.
matarazzo; singolare maschile: materasso.
lenzola; plurale maschile: lenzuoli.
Registrazione dialettale lenzòla.
solo; singolare femminile: teglia bassa.
Registrazione dialettale zzòlo.14v (3v):
lo quale; art. det. masch. sing.: lo.
rennei; passato remoto del verbo transitivo rendere: resi.
Registrazione dialettale rennéi.
vennei; passato remoto del verbo transitivo vendere: vendei.
Registrazione dialettale vennéi.
Matregna; singolare femminile: matrigna.
Registrazione dialettale matrégna.15r (5r):
mitade; sostantivo femminile: metà.
l’altri; articolo determinativo maschile plurale.: gli.
reccolze; passato remoto del verbo transitivo raccogliere: raccolse.
Registrazione dialettale: reccòrże.15v (5v);
Somentare; infinito del verbo seminare: seminare.
Registrazione dialettale: somentà.16r (6r):
lasseta; singolare maschile: lascito.
Registrazione dialettale: lasséta.
avea; imperfetto del verbo avere: aveva.
Registrazione dialettale: avéa.
volze; passato remoto del verbo transitivo volere: volle.
Registrazione dialettale vòlze.16v (6v):
Vennei(i); passato remoto del verbo transitivo vendere: vendei.
Registrazione dialettale vennéi.17r (7r):
1. addemannare; infinito del verbo transitivo domandare.
Registrazione dialettale addemannà.18r (8r):
1. doi; aggettivo nominale cardinale: due
Registrazione dialettale dói.
2. cocchiarelli; maschile plurale: cucchiaini
Registrazione dialettale cocchiarèlli.20r (14r):
1. calenne; sostantivo femminile plurale: calende.
Registrazione dialettale: calènne.21r (9r):
macenato; participio passato del verbo transitivo macinare: macinato.22r (10r):
1. calece; maschile singolare: calice.
Registrazione dialettale càlece.22v (10v):
auto: participio passato del verbo avere: avuto.23r (11r):
rennere; infinito del verbo transitivo rendere.
Registrazione dialettale rènnere.23v (11v):
ditto; participio passato del verbo transitivo dire: detto.
remase; passato remoto del verbo intransitivo rimanere: rimase.24r (12r):
damme; dare a me: darmi.
Carta 8v (18v) per gentile concessione di Abbondio Zuppante.

“Le Piane” primi del 1900

Lungo la salita della via Pubblica Passeggiata fino agli anni ’50 del 900 c’erano molti artigiani e commercianti, si potevano trovare calzolai, sellai, facòcchi, alcuni dei quali sono stati ricordati in una canzoncina dal titolo “A spasso per la città”, altri sono stati menzionati in alcune poesie da Ildo Santori.
Prima di arrivare alla piazza di sant’ Agostino (piazza del Popolo), la strada si divide in due, nel mezzo c’è appunto il monumento ai caduti della prima guerra mondiale.
Nella destra (salendo) via Giordano Bruno, da alcune ricerche sappiamo che è stata abitata per molto tempo da don Pacifico Arcangeli nato in realtà a Treia in provincia di Macerata nel 1888, cappellano, morto sul monte Grappa medaglia d’oro al valor militare nel 1918. Visse dall’infanzia a Orte in quanto la madre Elisa Bellioni era ortana. Amante della letteratura pubblicò vari libri, “Per due versi di Dante” (1910), “Letteratura e crestomazia giapponese” (1915), “Verso l’ideale” Poesie (1915) “Da chi avemmo l’Italia” (1916), “Orizzonti, spigolature e critiche letterarie” (1917), “Sotto la mitraglia: discorsi e liriche con un’introduzione sui problemi spirituali della guerra” (1917), “Rifare gli italiani” (1918). La scuola elementare di Orte ha il suo nome.

Don Pacifico Arcangeli
Nella sinistra, sempre salendo, via Matteotti, proprio alle prime case, abitava Leonildo Crocoli (Orte 1886 – 1955), “Nirdo” per gli ortani, il quale inventò le macchine irroratrici ossia la pompa per dare l’acqua alle viti, vincendo un premio a Firenze durante le feste commemorative del 50° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia nel 1911.

Diploma assegnato a Leonildo Crocoli dal Comitato
(per gentile concessione di Fiorella Crocoli)Organizzatore dell’Esposizione Industriale - Firenze 1911 per l’invenzione delle macchine irroratrici.
(Per gentile concessione di Leonildo Crocoli)
Continuando a salire non si può tralasciare l’abitazione di un sacerdote e letterato contemporaneo don Delfo Gioacchini (Orte 1918 – 1999), il quale ha scritto tantissimo sulla storia ortana, occupandosi di letteratura, storia, confraternite, aspetti dialettali e popolari. È stato inoltre un grande conoscitore del Leoncini. (Lando Leoncini: religioso e storico (Orte, 1548 – 1634). I suoi manoscritti di quattro volumi (oltre tremila pagine), sono un’importante fonte storica in quanto la sua analisi risulta su tantissime fonti archivistiche oggi non più esistenti).
Decine e decine sono le sue pubblicazioni, senza citare gli innumerevoli articoli letterari particolarmente significativi.
Sulla sinistra davanti alla casa di don Gioacchini, c’era inoltre un parrucchiere Bruno Palozzi, un pittore vincitore di svariati concorsi.
Il negozio di parrucchiere era collocato dove precedentemente c’era l’osteria di Barberano e spesso dopo il lavoro muratori e operai andavano a bere o a giocare a carte.
Subito dopo c’era una drogheria (così si chiamavano gli esercizi di generi alimentari) inizialmente gestito da una persona anziana, poi gradualmente dalla figlia Marcella Piersanti (Orte 1945) e dal marito Lanfranco Tanilli (Orte 1942). I due erano sposati da poco, qualche tempo più tardi la donna rimase incinta e nacque una bambina che chiamarono Stefania (Orte 1968). Ovviamente tutto il vicinato andava a fare domande circa la nascitura, lo sviluppo e il linguaggio. Tutti erano curiosi di sapere come era solito, quale fosse la prima parola che la bambina avrebbe detto. Non successe niente per un po' di tempo. Poi d’improvviso la madre comunicò ai clienti che finalmente la prima parola era stata pronunciata. Ci si aspettava la parola “mamma” o “papà”. Niente di tutto questo, la madre svelò la prima parola detta della bambina: “CAMBIALE”.
Salendo per il vicolo, troviamo la casa dove ha abitato per molti anni Corinna Ceccarelli (Orte 1939 – 2020), la quale è stata una pittrice naif particolarmente importante in Italia e all’estero, ha esposto molti quadri in varie mostre collettive e personali come Firenze (Palazzo Strozzi), Venezia (biennale d’arte), Roma (Palazzo Braschi) ecc., una sua opera la “La messa beat” è stata esposta per molto tempo nella pinacoteca vaticana della Santa Sede. Recentemente il comune ha acquistato molti suoi quadri facendo delle mostre.
(Per le pubblicazioni principali di don Delfo Gioacchini, si consulti: Gioacchini D. Orte, Le contrade e i borghi attraverso la “Fabrica ortana” Orte 2001, Stabilimento Tipografico Alberico Menna).

Don Delfo Gioacchini (Orte, 1918 – 1999) benedice la cappella di san Marco a Orte Scalo.
Informatori che hanno contribuito al lavoro.
| Cognome e nome | Anno di nascita | Luogo di nascita | Attività lavorativa | Titolo di studio |
|---|---|---|---|---|
| Agabiti Zelmira | 1912 - 2007 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Alessandri Triestina | 1918 - 2000 | Orte | Casalinga | Seconda elementare |
| Ardenti Angela (La Spedaliera) | 1886 – 1976 | Orte | Ospedaliera | s.t |
| Baldini Delfo (Moretto) | 1915-1990 | Civita Castellana | Operaio | Licenza elementare |
| Balestrucci Donatella | 1958 | Orte | Casalinga | Diploma superiore |
| Bari Anna | 1924 – 2013 | Orte | Contadina | s.t. |
| Bartolucci Giuseppa | 1942 | Orte | casalinga | Licenza elementare |
| Basili Marta | 1993 | Viterbo | tecnico servizi ristorazione | Diploma superiore |
| Belelli Corinna | 1965 | Roma | Tecnico | Diploma superiore |
| Bianconi Gino Secondo (Le Mafarèlle) | 1923 - 2008 | Orte | Operaio | Licenza elementare |
| Bombace Alessia | 1973 | Orte | Impiegata | Diploma superiore |
| Bonanni Carla | 1955 - 2016 | Orte | Impiegata | Diploma superiore |
| Bonanni Pietro | 1908 -1996 | Orte | Barbiere | Licenza elementare |
| Bonanni Vanda | 1935 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Bonifazi Ermente | 1935 | Orte | Auto-trasportatore | Licenza elementare |
| Bonifazi Silvia | 1970 | Orte | Casalinga | Diploma superiore |
| Broglia Renato (Nando) | 1928 - 2017 | Stimigliano (RI) | Operaio | Licenza elementare |
| Buzzi Eraldo | 1951 | Orte | Dipendente Ministero Interni | Licenza media |
| Canfora Iride | 1929 – 2019 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Cannelli Agrippina | 1941 | Orte | Insegnante | Laurea |
| Caporizzo Walter | 1954 | Orte | Medico | Laurea |
| Catalucci Maria Grazia (Graziella) | 1941 | Orte | Sarta | Licenza elementare |
| Cerotto Anna Rita | 1971 | Viterbo | Insegnante | Laurea |
| Cestelli Clara | 1942 | Orte | Impiegata | Diploma superiore |
| Cherubini Cesare | 1960 | Orte | Commerciante | Licenza media |
| Cherubini Eutizio Tizio | 1928-2004 | Orte | Commerciante | Licenza elementare |
| Cialdea Claudio | 1934 | Orte | Polizia stradale | Licenza elementare |
| Ciocchetti Anna | 1944 | Orte | Insegnante | Laurea |
| Ciocchetti Mario | 1928 -2014 | Orte | Veterinario | Laurea |
| Claudiani Isabella | 1964 | Orte | Geometra | Diploma superiore |
| Clementi Anna Rita | 1946 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Conti Caterina (Ninetta) | 1906-1993 | Orte | Sarta | Licenza elementare |
| Conti Eustorgio | 1901- 1984 | Orte | Tranviere | Licenza elementare |
| Corsalini Laura | 1948 | Orte | Insegnante | Diploma superiore |
| Corvetta Bianca | 1891 – 1991 | Orte | Casalinga | s.t. |
| De Angelis Gianfranco (Commendatore) | 1944 - 2019 | Orte | Ferroviere | Diploma superiore |
| De Angelis Stefania | 1965 | Orte | Casalinga | Diploma Scuola superiore |
| Dell’ Uomo Andreina | 1903-2001 | Orte | Casalinga | s. t. |
| Dionisi Vanda | 1938 | Orte | Casalinga | Licenza media |
| Fabrizi Ernesta | 1938 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Fabrizi Federico | 1960 | Orte | Direttore S.G.A. | Laurea |
| Fabrizi Maria | 1943 – 2018 | Orte | Casalinga | Licenza media |
| Falzarano Rita | 1953 | Orte | Casalinga | Diploma superiore |
| Fidenzi Adriana | 1957 | Roma | Commessa | Licenza media |
| Filesi Gilda | 1943 | Orte | Insegnante | Diploma superiore |
| Galli Francesco | 1954 | Orte | Funzionario di banca | Diploma |
| Gallo Anna Maria | 1960 | Orte | Commerciante | Diploma superiore |
| Gioacchini don Delfo | 1918-1999 | Orte | Insegnante | Laurea |
| Giorgi Gabriella | 1952 | Orte | Insegnante | Diploma superiore |
| Gostoli Annunziata | 1941 | Orte | Commerciante | Licenza media |
| Gottardi Mauro | 1953 | Orte | Impiegato | Laurea |
| Impenna Angelo | 1959 | Orte | Operaio | Licenza media |
| Impenna Giuliana | 1926 – 2024 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Labrecciosa Aldo | 1937 – 2025 | Orte | Gallerista | Licenza elementare |
| Labrecciosa Anna | 1940 | Orte | Artigiana | Licenza elementare |
| Lalli Mario | 1917 - 2017 | Orte | Carrettiere | Licenza elementare |
| Langatta Vanda | 1926 - 2015 | Roma | Sarta | Diploma Economia domestica |
| Lupi Roldano | 1952 – 2022 | Orte | Sottoufficiale A.M. | Licenza media |
| Maccaglia Francesca | 1973 | Terni | Giornalista televisiva | Laurea |
| Madreperli Anita | 1953 | Orte | Casalinga | Diploma superiore |
| Maggi Alberto (Gittu) | 1925-2017 | Magliano Sabina (RI) | Ferroviere | Diploma superiore |
| Manni Mandolina | 1910 - 2000 | S.Liberato (NARNI) (TR) | Operaia | Licenza elementare |
| Marcoccio Vladimiro | 1943 - 2017 | Orte | Ferroviere | Licenza media |
| Marcomeni Anna Livia | 1961 | Chianciano Terme | Casalinga | Diploma superiore |
| Marone Antonello | 1976 | Narni | Idraulico | Diploma superiore |
| Martini Valentina | 1970 | Orte | Casalinga | Diploma superiore |
| Marzoli Lauretta | 1945 | Orte | Commerciante | Licenza elementare |
| Marzoli Vittoria | 1942 | Orte | Commerciante | Licenza elementare |
| Massarelli Katiuscia | 1972 | Orte | Operaia | Diploma superiore |
| Massini Francesco (Blècche) | 1938 - 2014 | Orte | Ferraiolo | Licenza media |
| Medori Claudia | 1960 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Medori Adalgisa (Gisa) | 1954 | Orte | Cuoca | Licenzia media |
| Medori Giovanna | 1954 | Orte | Casalinga | Licenza media |
| Meteori Rina | 1942 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Montanucci Paolo | 1963 | Orte | Sottoufficiale A.M | Licenza media |
| Morelli Isolina | 1939 | Bomarzo | Impiegata | Licenza elementare |
| Olmi Monica | 1967 | Roma | Impiegata | Diploma superiore |
| Paggi Pierina | 1928 - 2015 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Palombo Mauro | 1965 | Orte | Impiegato | Licenza media |
| Palozzi Silvia | 1965 | Orte | Commerciante | Diploma superiore |
| Paris Amleto | 1930 – 2014 | Orte | Ferroviere | Licenza elementare |
| Paris Egle | 1959 | Orte | Operaia | Licenza media |
| Paris Manola | 1968 | Orte | Commerciante | Licenzia media |
| Pastura Angelo | 1926 – 2022 | Orte | Ferroviere | Licenza elementare |
| Pecci Maria Rita | 1954 | Orte | Casalinga | Diploma superiore |
| Piciucchi Renzo | 1944 | Orte | Ferroviere | Licenza media |
| Pimpolari Silvana (Ileana) | 1933 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Porcacchia Sergio | 1977 | Terni | Agente immobiliare | Diploma superiore |
| Primavera Roberta | 1955 | Roma | Cantautrice | Diploma superiore |
| Proietti Donatella | 1955 | Orte | Impiegata | Laurea |
| Proietti Mario | 1910-1995 | Orte | Direttore di banca | Diploma superiore |
| Pulcini Paola | 1957 | Orte | Commerciante | Diploma superiore |
| Ralli Nadia | 1947 | Orte | Impiegata | Diploma superiore |
| Ricci Fabio | 1966 | Roma | Impiegato | Diploma superiore |
| Romagnoli Laura | 1950 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Romaldini Amleto | 1952 | Orte | Impiegato | Licenza media |
| Rossi Espelia | 1942 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Rossi Lelio | 1944 - 2021 | Orte | Impiegato | Licenza Media |
| Rossi Lora | 1940 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Santori Anna Rita | 1971 | Penna in Teverina (TR) | Operaia | Licenza media |
| Scapigliati Patrizia | 1958 | Roma | Impiegata | Diploma superiore |
| Sconocchia M. Chiara | 1978 | Roma | Impiegata | Laurea |
| Segattini Antonio | 1964 | Caserta | Autista aereoportuale | Diploma superiore |
| Sugoni Michela | 1970 | Orte | Commessa | Licenza media |
| Tiratterra Elisabetta | 1966 | Orte | Bancaria | Diploma superiore |
| Tomasiello Lucia | 1941 | Terni | Casalinga | Licenza media |
| Topino Rosita | 1974 | Orte | Commerciante | Diploma superiore |
| Tranfa Romina | 1971 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Uffreduzzi M. Luisa | 1937 | Orte | Casalinga | Licenza elementare |
| Varlotta Paola | 1959 | Orte | Lib. Profess. | Laurea |
| Vitantoni Fernanda (Bommetta) | 1923 - 2014 | Orte | Commerciante | Licenza elementare |
| Zuppante Ernesto | 1943 | Orte | Commerciante | Licenza media |
| Zuppante Francesco | 1946 - 2018 | Orte | Impiegato | Diploma superiore |


















LLÀ PPE’ FFÒRI (FUORI IN CAMPAGNA): Erbe, piante, fiori, frutta in dialetto ortano.
Secondo il Leoncini il nome Orte deriva dai verdi orti che circondavano il masso tufaceo, altri come Giulio Roscio sostengono che lo chiamavano Orta per il fatto che si eleva sopra una roccia. La recente critica filologica collega il nome di Horta con la radice Hort variante del dialetto italico Hurtz, che significa luogo elevato. Ma guardandosi intorno di orti e di campagne ne ha in abbondanza.Il carciofo ortano come ortaggio, ha una sua peculiarità, caratteristiche proprie e veniva venduto dagli ortani con i carretti in molti paesi limitrofi, giungendo anche a Terni. Si è sviluppato dalla fine degli anni ’80 anche un dolce chiamato carciofo, il quale è stato ideato da un gruppo di donne di Orte Scalo, le sue origini però risalgono al 1943/1944I canti di questua sono così chiamati in quanto dopo aver cantato, i questuanti chiedevano pane, olio, uova e beni di prima necessità come elemosina, per loro stessi o per i bisognosi. Tre sono conosciuti in molte parti d’ Italia, presenti anche a Orte, due dei quali ancora attivi: “La Pasquarella” (cantata la notte del 5 gennaio, il giorno prima dell’Epifania), e il “Cantamaggio”, canto popolare per salutare la rinascita della natura. Un altro scomparso circa settanta anni fa “La Passione” cantato dalla domenica delle Palme fino al Venerdì Santo, è stato recuperato in varie versioni.LA RICERCA È STATA EFFETTUATA DA VINCENZO CHERUBINI
LA PROCESSIONE: LO SVOLGIMENTO, I LAMPIONI E LE TORCE
(Dr. Giuseppe Bellucci, responsabile scientifico delle Confraternite Riunite di Orte)Svolgimento processione del Venerdì Santo
La processione del Cristo Morto, che si svolge ogni Venerdì Santo, rappresenta il momento culminante dei riti della Settimana Santa e coinvolge, in un silenzio di espiazione che accompagna il corteggio, tutta la comunità e la maggior parte dei suoi spazi cittadini: le chiese, le vie, le piazze.
La processione ha inizio alle 21,30 quando i furieri generali della confraternita di Santa Croce si avviano, dalla Chiesa omonima, per la popolare “chiamata” e prevede la partecipazione di tutte le confraternite della città che percorrono le vie di Orte con le due “macchine processionali” che trasportano il simulacro di Cristo morto e la statua della Madonna Addolorata. La “chiamata” non è altro che l'invito che viene fatto alle Confraternite dai furieri generali a muoversi dalle rispettive chiese per sostare, in attesa che tutte siano pronte, all’inizio delle varie strade che si affacciano sulla piazza della Libertà. Al comando dei furieri generali, esse procedono secondo un ordine di precedenza stabilito in base all'antichità di ognuna, dalla più recente alla più antica. In testa alla processione c’è la confraternita di S. Antonio che esce da Via Gioberti, poi segue la confraternita di S. Maria delle Grazie da Via Giulio Roscio, la confraternita della Madonna del SS. Rifugio dei Peccatori da Via Gramsci, la confraternita di S. Pietro da Via Don Minzoni, la confraternita della SS. Trinità da Via Mazzini ed infine la confraternita della Misericordia da Via Vittorio Emanuele.
Da questo momento la processione prende avvio e le confraternite si dirigono, una dietro l’altra, verso piazza S. Agostino, dove ad attenderle, antistante la Chiesa, c’è la Confraternita bianca di Santa Croce, la bara del Cristo morto e la macchina dell’Addolorata, circondate da coppie di lampioni, inviati da tutte le compagnie, la confraternita femminile del SS. Rosario, la confraternita del SS. Sacramento, rappresentata dal Rettore generale e dal Camerlengo generale, poi la banda e il capitolo, la figura della Veronica, con in mano un velo dipinto con il volto di Cristo, della Maddalena, con in mano un anfora di mirra e aloe, e le figure delle piangenti.
Con passo lento, la processione giunge, dopo il giro del monumento ai caduti, in piazza della Libertà, per fare sosta, disponendosi a forma di cuore, al cui centro è posta la bara del Cristo morto e la macchina dell’Addolorata.
Nel buio della notte, con le sole fiaccole accese dei confratelli, i partecipanti e il popolo tutto ascoltano il sermone del Vescovo, una profonda e sentita meditazione sulla passione e la morte del Cristo, e al termine, i confratelli intonano a cappella il canto del Miserere.
La processione riprende il suo cammino lungo le vie della città accompagnata dal silenzio e dal rumore delle catene che i numerosi penitenti scalzi, di ogni confraternita, hanno legate ai piedi. Con il ritorno in piazza S. Agostino, la processione giunge alla conclusione. I confratelli si dispongono nuovamente in cerchio per accogliere al centro la bara del Cristo morto e la macchina dell’Addolorata, con intorno tutti i lampioni di tutte le confraternite.
Accompagnati dalla banda, i confratelli intonano il canto dello Stabat Mater, emblema della devozione religiosa medievale, la cui intensità esprime la drammatica contemplazione del dolore della Madre, addolorata ai piedi della croce dalla quale pendeva il Figlio. Dopo la recita di altre preghiere, la bara del Cristo morto e la macchina dell’Addolorata fanno rientro nella Chiesa di Santa Croce, mentre le altre confraternite fanno ritorno, nello stesso ordine di partenza, alle loro rispettive Chiese per partecipare ad un rito di fratellanza: lo spezzare il pane. È l’atto di condivisione e di donazione con gli altri fratelli, un gesto di comunione e solidarietà, la rottura di un equilibrio e l'inizio di un percorso nuovo.
Il simulacro del Cristo morto verrà tolto dalla bara e adagiato ai piedi dell’altare dell’antico Crocifisso nella Chiesa di S. Croce, così come l’Addolorata, che ai piedi del Figlio guarda con dolore il corpo ucciso per i nostri peccati e sembra che dica alla gente le parole che le attribuisce Jacopone da Todi "Mort'è lo tuo fratello: ora sento il coltello che fo profetato".I lampioni processionali
I lampioni processionali sono ricchi di significati spirituali e aspetti simbolici. Sono dei lumi portatili issati su una lunga asta e costituti da una struttura in legno, chiusa da vetri, con al loro interno una candela. Hanno una funzione liturgica e rituale: nel buio, accompagnano e onorano, in modo solenne e rispettoso, la bara del Cristo morto e la macchina dell’Addolorata lungo il loro tragitto. L’asta alta rappresenta il collegamento simbolico tra la terra (umanità) e il cielo (divino), sostiene la luce divina che illumina il cammino dei fedeli. La luce è un segno di venerazione e devozione, un omaggio alla figura di Cristo che ha donato la sua vita per la salvezza dell’umanità. I lampioni rimandano al Cristo, che come dice Giovanni è “Luce del mondo” (Gv 8, 12) che rivela la via, fisica e spirituale, e dona fede e speranza.
I lampioni rompono questo buio, rimarcando il tema della luce divina che non si spegne mai, anche nei momenti più cupi.La torcia processionale
La torcia di cera processionale è uno dei simboli più importanti utilizzati durante la processione del Venerdì Santo. Ha una forte valenza simbolica legata alla tradizione cristiana e alla ritualità delle confraternite ed è carica di significati. La torcia portata dai confratelli indica l’unità della confraternita, che agisce come corpo unico al servizio della fede in tempo di lutto per la morte di Cristo. La fiamma, simbolo di fede viva, luce divina contro l’oscurità del lutto, illumina il cammino e deve essere mantenuta accesa nonostante le difficoltà, perché è un richiamo al sacrificio di Cristo, che “si consuma” per la salvezza dell’umanità. Le torce accompagnano la bara del Cristo morto e la macchina dell’Addolorata creando un’atmosfera di raccoglimento e solennità ed esprimono il loro impegno spirituale e la loro appartenenza alla tradizione.
LLÀ PPE’ FFÒRI (FUORI IN CAMPAGNA): Erbe, piante, fiori, frutta e ortaggi in dialetto ortano.L’ÈRBE LE PIANDE I’ FFIÓRI I’ FFRUTTI E LL’ORTAGGIAcàscia: cascia, acacia, robinia
Ajjo: aglio
Anzalata: insalata
Appizzatèlla: uva con acini molto allungati simile al pizzutello
Aràngio: arancio (albero) arancia (frutto)
Àrbero de Ggiuda: cerqua dai fiori rossi
Àrboro: albero
Arbuccio: pioppo
Asparaggio: sparicio, sparacio, asparacio, asparago
Biédajja: avena
Bièdola: bièda, bietola
Bracciòlo: ramo di olmo che sorregge la vite
Bricòcolo: albicocco (il frutto bricòcola)
Bròccolo: cavolo broccolo cimoso; cavolfiore
Brugna: prugna
Brugnòlo: prunalbo, prugnolo
Burraggine: borragine
Caccialèpre: cicoria selvatica
Caccujjèlla: bacca di rosa canina
Caco: cachi
Cagnalasino: tipo di fungo della famiglia dei porcini
Cannèi: mestolaccia, piantaggine d’acqua
Capomilla: camomilla
Cappuccio: broccolo
Carciòfino: carciòfono, carciòfolo, carciòfeno, carciofo
Carullo: noce vuota
Catéra: vetta del foraggio
Cecélle: piccole bacche
Cécio: cece
Cerasa: ciliegio anche ciliegie
Cèrqua: quercia.
Cetróne: cetriolo
Cetronèlla: melissa
Ciancone: fusto del granturco
Ciccétto: viticcio di vite, parte centrale di una pianta
Ciccio: viticcio; giovane germoglio
Cicèrchia: legume
Cicòria sarvatica: cicoria di campo
Cipolla pazza: erba cipollina
Cocómmero sarvatico: cocomero asinino
Cocómmolo: cocómmero, cocomero
Còppia: due grappoli d’uva attaccati.
Còsce de le mòniche: susine oblunghe con colore verdino
giallastro della quercia
Crògnole: bacche di corniolo
Crògnolo: corniolo
Cucchjarino: castagna vuota di frutto
Cucuzza: zucca
Drupo: chicco delle more di rovo
Èllera: edera
Erba mèrica: erba medica
Èrbavinca: pervinca
Erbétta: prezzemolo
Faa: fava
Faciolétto: fagiolino
Faciòlo: fagiolo
Fallacciano: fico primaticcio, fico fiorone
Famijjòla: famigliola buona
Farfarèlla: tossillaggine comune
Fauccia: fava di piccole dimensioni per alimentare gli animali
Femminèlle: getti infruttiferi
Férge: férce, felce
Fermiccio: frutto non maturato e sfatto.
Fiamma: succiamele delle fave
Finòcchio bastardo: aneto
Fòjja: foglia
Fragole sarvatiche: fragole selvatico
Fratta: siepe viva
Frasinéto: varietà di grano tenero.
Fusajja: lupino
Galletto: fungo gallinaccio, ciclamino
Garòfolo: garofano
Gentile: frutto di fico tardivo
Gènzolo: giuggiolo (frutto gènzola: giuggiola)
Gèrzo: gelso (frutto gèrza gèrze)
Gijjo: giglio
Giojèlli: fagioli
Gnagna: castagna
Gramiccia: gramigna
Grandurco: granturco
Grégne: covoni
Gréppio: greppo erba rampicante che fiorisce, piccole campanelle
Grespigno: crespigno
Guajalóne: fungo con il cappello sfatto
Lattuca: lattuga
Lattucèja: erba commestibile
Lauro: alloro
Liaro: lichiaro, erba per maiali
Lòffa: fungo, vescia gemmata
Lólla: pula
Lóppolo: lópolo, luppolo
Majòlo: tralcio di vite
Màndolo: mandorlo (frutto: mandola)
Marva: malva
Mazzòcchjo: germoglio commestibile di pianta coltivata o spontanea.
Mélla ruzza: mela di colore brunastro
Méllo: melo (frutto: mélla)
Méllogranato: melograno
Menduccia: mentuccia
Mentrasto: mendrasto, pianta di menta
Merangolo: bergamotto; arancio amaro
Meregnano: merignano melanzana
Misticanza: misto di erbe selvatiche
Morasca: mora
Mòra di rógo: mora di rovo
Morìca: moriga mora
Mórro: germoglio di tubero
Mosciarèlle: castagne secche e sbucciate
Mungo: fungo
Mùstio: muschio
Nìpote: viticcio
Nòcchia: nocciola
Odóri: erbe aromatiche
Olìa: oliva
Olìo: olivo
Orchidèa sarvatica: orchidea selvatica
Orìgono: origano
Órmo: olmo
Ortìga: ortica
Òsso: nòcciolo
Pallùccola: galla, escrescenze rotonde e leggerissime prodotte da
punture di insetti che si formano sulle foglie o sui rami
Palommèlla: varietà di fungo edule, lattone
Pamidara: pamitara, pamadara, pannitara, panitara, parietaria
Pampéna: foglia della vite
Pampùjje: foglie secche
Pancaciòlo: bulbo dello zafferano bastardo
Papame: rosolaccio
Parma: palma
Perazzo: perastro, pero selvatico
Pèrzica: pèsca
Petata: patata
Peticóne: tronco
Piantóne: albero di olivo
Piccasórce: pungitopo
Pìmpolo: fico molto maturo e non più sodo.
Pisciallètto: tarassaco
Pisciacane: dente di leone
Pommidòro: pummidòro, pomodoro
Porcalacchia: porcacchia
Portugallo: portogallo, purtucallo, arancia
Pràtano: platano
Premutico (frutto): primaréccio, frutto primaticcio
Prièlla: prugna, susina
Primavera: primula
Profìcio: fico dalla buccia marrone e polpa di colore rossastro
Pròspara: peronospora
Prunnélle: piccole prugne selvatiche
Puntarèlle: germogli teneri di erbe o ortaggi.
Punta: parte terminale del fusto di granturco
Quaialone: fungo divenuto grande, molto maturo e quasi sfatto
Radica: radice
Radica gialla: carota
Radicara: insieme di radici
Rama: ramo
Rapanèlle: ravanelli
Rapastèlla: rapastrèlla rapa selvatica
Rapónzo: raponzolo
Rinasciticcio: germoglio
Riquilizzia: requilizzia, liquirizia
Róo: rovo, plur. rói
Rughétta: rugolétta, rucola
Rumbazzo: rumpazzo grappolo
Sammuco: sammugo, sambuco
Sarge: salice
Sàrvia: salvia
Scafo de sant’Angelo: carruba
Scafo: baccello di fava
Scarpette de la Madonna: fiori a grappolo del glicine
Scarza: scarsa, steli di pianta palustre
Schizzamusi: erba a forma di piccolo melone che reciso schizza i propri semi.
Scopìjo: ginestra dei carbonai
Sdremmarino: sdrammarino, smarino, rosmarino
Seccaròtto: ramo secco e spoglio di foglie
Sòrvo: sorbo (frutto: sòrva)
Spaccaòsso: pesca spaccatella
Spica: spighétta spichétta, spighétto, spichétto, lavanda
Spinaro: vepraio, spineto
Spràmia: lattaiola
Stracciabbraghe: salsapariglia
Strilli: strigoli
Succa: zucca
Succhétta: zucchina
Tardìo(frutto): frutto che matura tardi
Tòdero: pannocchia di granturco
Tortijjóne: tamaro
Torosèlla: torzella
Tramo: mignola, infiorescenza racemosa dell’olivo
Trapassato: frutto eccessivamente maturo, sfatto
Ùa: uva
Vétrica: vetrice, salice da vimini
Véttolo: ramo del salice da vimini
Vitabbia: vitalba
Vischiarèlli: rametti ricoperti di vischio per catturare gli uccelli
Vìsciola: ciliegio aspro, ciliegio acido.
Zzambuco: sambuco
Zéccoli: castagne lessate dopo sbucciate
Zèllero: sèllaro, sèllero, sedano
Zzaraménto: sarmento
Zzemétto: seme per erbai
ZOONIMIUn aspetto importante da rilevare è che spesso si mettevano i nomi ai vitelli con le iniziali del nome della madre che li aveva partoriti al fine di identificare la provenienza.
Pajali: corde de le vacche
Pe’ guidà le vacche non bastono i’ ppajali ce vònno nomi de le vacche.
Rumà: ruminare
Ai buoi spesso davano il nome degli addestratori o dei padroni. Due nomi di buoi sono:
Bacchetto e Nerino. Il primo è il soprannome del proprietario, il secondo bove perché nero. Inoltre ho saputo anche che durante la fiera quando il sensale riusciva a far mettere d'accordo i due che facevano l'affare, i due si staccavano un capello o un pelo per dire che erano rimasti in parola.
nonno Delfo e zio Orfeo avevano attaccato il nome sul muro della stalla davanti ad ogni mucca
Caporoscio (Perché aveva un leggero pelo rosso sulla fronte, spesso succedeva quando si accoppiava una maremmana con la razza chianina o con una marchigiana, ma maggiormente con una perugina)Vacche:Adele
Airola (Atleta)
Alma
Arditèlla
Argentina.
Baróna
Bastardina.
Bèlla
Bèllachiòma
Bèllacima
Bèllagamba
Bèllaròsa
Bèllavita
Bersaglièra
Bianca
Bianchina
Biancóna
Biancuccia
Birba
Bombosina
Brillantina
Brina
Broccolétta
Bruna
Camilla
Campagnòla
Canestrèlla
Capinéra
Capoccióna
Caporóscio
Capricciósa
Carbatino
Carolina
Castellana
Catania
Celestina
Cerasèlla
Cimarèlla
Cittadina
Ciuca
Ciuchétta
Còrno storto (per il corno storto)
Corteggiana
Dalia
Daria
Duchéssa
Farfallina.
Federica
Fióre
Fiorèlla
Fiorétto
Fragolina
Frollina
Furbacchióna
Furbétta
Gelsomina
Gentile
Giggia
Gimónda
Giocónda
Giórdina
Lalla
Lattaròla
Macchia bianca
Macchianéra
Mandolina
Mangiafièni
Maremmana
Margherita
Mariaròsa
Marina
Marinèlla
Mariolina
Mercantina (perché portava il carro alla fiera)
Miranda
Mòra
Morétta
Morosina
Musétta
Natalina
Négra
Nerina
Pacioccóna
Paciósa
Palmerina
Palombina
Paloncèlla,
Pastorèlla
Penèlope
Pezzata
Piazzaròla (anche lei perché faceva le piazze del Mercato).
Pièra
Piòta
Pomposina
Pupétta
Regginèlla
Reggina
Rondinèlla.
Ròsa
Ròsamunda
Roscétta
Róscia
Rosétta
Rosina
Serpentina
Silvera
Sóle
Spadina
Spadolina
Stélla
Stellina
Svérda
Timida
Veneziana
Vèspa
Viòla
VìperaBuoi:Abate
Achille
Becco
Bersagliere
Bufalino
Capitano
Compare
Corno storto (per il corno storto)
Fioretto.
Nnamorato
Pacchiarino
Pennacchino
PescatóreTori:Bacchetto
Brillante (perché molto vivace e molto combattivo)
Capitano.
Caporoscio
(Perché aveva un leggero pelo rosso sulla fronte, spesso succedeva quando si accoppiava una maremmana con la razza chianina o con una marchigiana, ma maggiormente con una perugina)
Carosèllo
Castagnolo
Ceccopeppe (come l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe)
Cimarello
Colonnello.
Dèddo
Fariseo
Pacchiarino
Fiorello
Fioretto
Gelsomino
Giardiniere
Giardino.
Imperatore
Ivo
Maremmano
Morosino
Negretto e Fornaro (Una coppia di tori molto neri)
Nerino
Nerone
Nino
Pajaccétto (Per il pelo lungo)
Pallino
(Si faceva riferimento aggiunge l’informatore Giancarlo Vitali, alla provenienza, al mantello al carattere, alla razza, all’allevatore)
Passeggero
Pastorello (perché si accontentava dell pascolo e stava tranquillo).
Pavoncèllo
Pennacchino
Podestà
Portugallo
Procopio (dalla provenienza)
Procopio (maremmano chiamato Procojetto)
Sputafuoco perché tremendo
Tomasso (per il nome di chi glielo aveva venduto)
Tortorèllo
Vito (per l’intensa attività sessuale simile ad un tale che si chiamava Vito)
NASCITA DEL CARCIOFO ORTANO COME DOLCE:
UNA PREZIOSA TESTIMONIANZAL’importanza del carciofo come ortaggio di Orte è ampiamente documentata e dimostrata, la sua peculiarità ha stimolato ad approfondire gli studi in ambito di ricerca universitaria, sono innumerevoli le testimonianze raccolte in ambito popolare sulla vendita del carciofo ortano in particolare nella vicina Umbria.
I venditori di carciofi, partivano con il carretto e arrivavano fino a Narni e Terni ecco i nomi di alcuni venditori di cui qualche anziano di Orte si ricorda, Virgilio Bocci (Orte 1872 – 1955), Olderigo Ralli (Orte 1891 – 1968), Ottavio Sciarrini (Orte 1905 – 1990), Artenzio Pimpolari, (Orte 1888 – 1962), Irma Fabrizi (Orte 1888 – 1956), Delfo Santori (Orte 1916 – 2009).

Delfo Santori mentre va a vendere i carciofi a Terni passando per Amelia.
(Per gentile concessione di Massimo Santori).È stato riconosciuto come varietà autoctona a sé stante diversa dal carciofo romanesco e ad altro rischio di erosione genetica ovvero di estinzione, per cui si sono approfonditi gli studi ed è stato salvaguardato nella sua originalità e specificità.
Alcune persone come lavoro vero e proprio facevano i venditori di ortaggi ma in particolar modo dei carciofi quando era il suo tempo.
IL CARCIOFO ORTANO COME DOLCEPer quanto riguarda il carciofo ortano come dolce, l’origine non ha portato a documentazioni significative fatte a persone anziane di Orte nel centro storico né tantomeno nelle campagne. Da alcune testimonianze la diffusione del dolce è comparsa tra la fine degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ’80 del 900.
Claudio Paolessi ha raccolto informazioni particolarmente utili e preziose sull’origine e lo sviluppo del carciofo ortano come dolce. La testimonianza della madre 92enne appare attendibile, in quanto anche altri conoscenti confermano la stessa cosa (es: Bruna Bocci nata a Giove (TR) il 16/05/1938, figlia di Giselda Lisciarelli), residente a Orte Scalo, inoltre i dati sono confermati dai nipoti delle donne nominate dalla sig. Leandra Riccardi in quanto lo sentivano dire dalla madre e dalle nonne.
In un confronto fatto tra la signora Leandra Riccardi e Bruna Bocci, si è ottenuta ulteriore conferma della testimonianza.L’intervista è stata effettuata da Claudio Paolessi, nato a Orte il 04/08/1960, impiegato commerciale. L’intervista è stata effettuata il 1° dicembre 2024, alla madre Leandra Riccardi, nata il 15/08/1932 a Orte.(I) Intervistatore: Claudio Paolessi.
(L) Intervistata: Leandra Riccardi.(I) Come è nata questa cosa del carciofo ortano dolce?
(L) È nato che… è arrivata questa signora da Giove, si chiama Gisella Bocci.
(I) Sarebbe la nonna di Andrea Angeluzzi?
(L) Si, sarebbe lei, la nonna di Angeluzzi.
(I) In che anni è arrivata?
(L) Nel … ‘43… ‘44…
(I) E tu c’avevi…?
(L) C’avevo 12 anni.
(I) E che ha portato?
(L) Ha portato questo dolce detto carciofo, però non era così, era tutto un po' più duro, non era bello cresciuto e dorato. Anche il forno è tanto importante, poi l’hanno modificato.
(I) Dove lo facevano?
(L) Ehhh giù dal Ghetto.
(I) Chi lo ha modificato? Chi sono?

Forno dove sono state fatte le prime graduali modifiche del carciofo ortano come dolce in Via Piacenza nominata “Ghetto” a Orte Scalo (Foto di Claudio Paolessi).

Interno del forno in via Piacenza “Ghetto” dove sono state fatte le modifiche partendo dal biscotto originale a Orte Scalo, foto di Claudio Paolessi.(L) Queste signore erano Giselda, Pasquina, Marsilia mia madre, Elvira e poi Maria Fidenzi.
(I) Che hanno modificato?
(L) Hanno aumentato lo zucchero innanzitutto, il burro e il latte, l’arancio era solo grattugiato e il lievito di birra.
(I) Mentre prima si faceva con il lievito madre?
(L) Penso che lo facevano con il lievito madre, soltanto in quel modo gli poteva venì.
(I) Ma la cosa importante del carciofo ortano?
(L) È la cottura, è il forno. Il forno era a legna, queste donne erano bravissime per fare il forno. Quest’altre delle cucine nostre, se lo apri nel momento sbagliato te rivà ggiù.
(I) Quindi questo dolce era un biscotto e invece l’hanno modificato?
(L) È venuto bello, morbido, bagnato dentro, sembra che non è cotto invece è il latte e lo zucchero, la vaniglina, quella cremina che rimane dentro.
(I) Ora abbiamo detto della nascita del carciofo ortano che era bianco.
(L) Era bianco. Dopo sulla quarta stesa, abbiamo aggiunto pezzi di cioccolata, gocce di cioccolata o pezzetti di cioccolata fondente e a chi piace anche l’uvetta.
(I) L’alchermes quando è stato messo?
(L) Qualche goccia anche in questa stesa, qualche goccia qua e là per bellezza, però abbiamo messo del latte che ci si unge il carciofo dopo cotto. Cioè la cremina ultima abbiamo aggiunto latte, zucchero e vaniglina.
(I) Dopo qualche anno?
(L) Eh sì dopo parecchio, pian piano ognuno ha fatto le modifiche: ciliegine, candidi ecc.
(I) Ecco ora facendo un riassunto di quello che abbiamo detto…
Giselda, la nonna di Andrea e Pasqualino Angeluzzi, venne da Giove, portò questo dolce che era simile al carciofo ma era un po' più ammassato, era fatto con il lievito madre, per cui era quasi un biscotto. Le signore che abbiamo elencato hanno avuto l’idea di correggerlo, mettere al posto del lievito madre il lievito di birra e aggiungere rispetto al vecchio dolce, un’aggiunta di latte, un’aggiunta di burro e lo zucchero.
Ora diciamo gli ingredienti del carciofo ortano dolce originario.
(L) Allora, uova, zucchero, farina, limone, l’arancio, burro, una bustina di vaniglia, il lievito di birra, latte e poi si fa.
(I) Mi dicevi che come procedura ci volevano tante ore per la lievitazione, per l’impasto… queste cose qua.
(L) Ce vuole per il carciofo, perché richiede un’accortezza che non ce l’hanno altri dolci. Ce vuole il caldo.

Carciofo ortano originale. Foto di Claudio Paolessi
Prime modifiche del carciofo ortano. Foto di Claudio Paolessi(I) E la cosa più importante?
(L) È il burro montato. La cosa più importante è la cottura, la cosa più importante è il forno che prima si faceva con il forno a legna.
(I) Ma dove veniva fatto? Esiste questo forno?
(L) Si.
(I) Allora dopo faccio le foto. Buona serata.
(L) A te.

I’ CARCIOFO DORGEJemo fatto ‘n grosso torto,
perché avemo celebrato,
quello che produce l’orto,
e tenuto l’andro a lato.E cosi, anche ‘n ritardo,
ce mettemo ‘npò ‘na pezza,
e lo famo co’ riguardo,
pé ‘zzecondo ch’Orte apprezza.Quello dorge, de carciofo,
nun se sà chi l’ha ‘nventato,
c’è chi dice è stato Bofo,
pe la festa de ‘ccontado.De sicuro è roba nostra,
perché qui ce sta ‘rretaggio,
né paese ‘n bella mostra,
fa la coppia co’ l’ortaggio.Nun esiste ‘n andro uguale,
o che ce assomij ‘n poco,
bello, grasso, originale,
se produce solo ‘n loco.Se presenta a più capocce,
tutto quanto ammazzettato,
e cià dendro tante gocce,
de canditi e cioccolato.Poi c’è zzucchero e lliquore,
‘nsieme all’ova e la farina,
quanno è cotto e cià colore,
è ‘na cosa sopraffina.Se lo taji, ‘n momento,
esso emana ‘na fragranza,
che scatena ‘ godimento,
e te stuzzica la panza.De magnallo nun se smette,
ttant’è bono ‘nnostro dorge,
e ‘n fai a tempo a fa le fette,
che sparisce e ‘n andro sorge.Noi dovemo avecce ‘n fine,
daje immagine mijore,
ch’esso fora da cconfine,
ce pò sta, da primo attore.Fabrizio Moretti 2013I’ CCARCIÒFINOA pparte i’ffatto che a Orte è la più mèjjo verdura che ce sta,
da ‘n zò chissà quandi paesi ill’ortani lo annavono a pportà.
I’ccarciòfino de Orte richiama tanda ggènde:
chi lo ‘ssaggia rivène e mmai, mai se pènde.
Lo pòi fa a la ggiudìa, si nnò pure fritto:
m’hai da creda’, è pròprio ‘m bòn piatto.
Certo pe’ ccarciòfino ce pijjono pure quarche ccrisitiano,
che lo vedi ‘m po' torzone, ‘m po' patalòcco o strano.
Ma i’vvero carciòfino, quello de Orte,
pe’ magnà è ‘m piatto pròpio forte.
Lo pòi magnà come primo piatto o come condorno,
lo pòi cucinà su i la padèlla oppure dendro a’ fforno.
Adèsso spalanga i’ ggargaròzzo e tutto i’ ppalado:
i’ ccarciòfino come ddorge a Orte è i’ ppiù rinnomado.Carciofo a la giudìa: tipico piatto laziale, gustoso e di semplice preparazione: tolte le foglie dure intorno e tagliata la cima; si aprono i carciofi, riempendone l’interno di mentuccia, aglio, olio e sale. Si lasciano poi lessare in una casseruola con un po' d’acqua, aggiungendo un altro po' di olio.Carciofo dolce: Il carciofo ortano come dolce particolarmente gustoso, eccone una ricetta modificata: 2 uova, 500 gr. di farina, 300 gr. di zucchero, ¼ di latte, 200 gr. di candidi, 100 gr. di cioccolato fondente, 150 gr. di burro, 50 gr. di lievito di birra, 1 bustina di vaniglia, 1 limone grattugiato, carta forno, alchermes per bagnare. (ricetta fornita dalla sig, Isolina Morelli)IL CARCIOFOA parte il fatto che a Orte è la migliore verdura che ci sta,
da non so chissà quanti paesi gli ortani lo andavano a portare.
Il carciofo di Orte richiama tanta gente:
chi lo assaggia riviene e mai, mai si pente.
Lo puoi fare alla giudia se no anche fritto:
mi devi credere è proprio un buon piatto.
Certo per carciofo ci prendono pure qualche persona
se lo vedi un po' stupido, sciocco o strano.
Ma il vero carciofo, quello di Orte
per mangiare è un piatto proprio forte.
Lo puoi mangiare come primo piatto o come contorno
lo puoi cucinare sulla padella oppure dentro al forno.
Adesso spalanca la gola e tutto il palato:
il carciofo come dolce a Orte è il più rinomato.Vincenzo Cherubini

Ricetta di Leandra Riccardi quando il carciofo era stato elaborato per diversi anni, ricevuta dalla madre Marsilia. (Foto per gentile concessione di Claudio Paolessi)
I CANTI DI QUESTUA: LA PASQUARÈLLANATALE D’ALTRI TEMPI
(Scritto di don Delfo Gioacchini)“A sentire i nostri vecchi rievocare la festa di natale, e il fervore e le tradizioni che l’accompagnavano, c’è da struggersi di tenerezza.
In tempi così disincantati e un tantino scettici come i nostri, riviver
con loro quelle giornate, così lucide e vive nella loro mente, è come respirar una boccata d’aria pura su una montagna e contemplar
più sereni orizzonti.
Il Natale era bello, e si aspettava non certo per le luci e per i doni.
Nel popolo non c’era benessere; c’era invece miseria, e spesso,
la fame. Per le strade, i lampioni si spegnevano presto e,
quanto ai regali, i bambini potevano aspettarsi tutto al più,
qualche palla di fichi secchi o una manciata di mosciarelle.
Ma in compenso non c’era casa, per povera che fosse, in cui non bruciasse il ciocco, per riscaldare il bambinello, si diceva.
Il ciocco era simbolo del Natale dei poveri.
In quelle giornate si avevano delicatezze impensate.
I contadini ortani (e allora la società ortana era tutta contadina) strappavano la vita con molti stenti e tanta fatica.
Tiravano avanti a forza di polenta e di granturco.
Ma a Natale il poco grano non venduto serviva a fare una
bella infornata di pane, e la sera della vigilia la tavola
apparecchiata con i ceci (i ceci di natale) e gli spaghetti all’alice,
i broccoli fritti, il merluzzo con l’uva secca, prendeva un colore tutto nuovo.
Nel mettersi a mensa, la famiglia si inginocchiava per la preghiera intonata dalla madre: un Pater Noster, in un latino storpiato, al Bambinello, uno a S. Giuseppe e tre Ave Maria alla Vergine Benedetta.
Poi si mangiava e si giocava a tombola, in attesa della Messa di mezzanotte. Nell’uscir di casa per andare in Chiesa era d’obbligo
lasciar la tavola apparecchiata, perché doveva passare Gesù Bambino!
Intanto il capo famiglia si recava alla stalla per un altro gesto rituale, cui non avrebbe mai rinunciato: l’offerta al “somaro” di un tozzo di pane fresco. Voleva essere, anche questo, un modo di dire grazie, un invito a partecipare alla festa comune.
“Godi anche tu!” gli dicevano, mettendogli con una mano il pane dinanzi alla bocca, e con l’altra accarezzandogli e grattandogli affettuosamente il collo. Il somaro, infatti, conosceva la stessa vita e la stessa fatica del padrone: quel poco che la terra produceva era anche merito suo.
Faceva, si direbbe, parte della famiglia. Era giusto, dunque, che anche lui assaggiasse, una volta all’anno, come il padrone, un boccone di buon pane. Natale, nel quadro delle feste, era un punto di arrivo, una giornata tenuta d’occhio da gran tempo. Si direbbe che una volta entrati nel mese di dicembre, i giorni si contassero come tanti pioli di una scala che finalmente arrivava al punto giusto. Sulla bocca dei nostri vecchi abbiamo colto una filastrocca, che se non proprio di origine ortana, fu certamente assai diffusa nel nostro territorio.
È un misto di devozione e di umorismo che cantava, con innocente impazienza, le giornate e i santi che precedevano, nel lento svolgersi del mese, verso il gran giorno:
Il primo di dicembre è Sant’Anzana
A lì due è Santa Bibiana.
A lì quattro è Santa Barbara beata.
A lì sei è San Nicola è per la via
A l’otto è la Concezione di Maria
A lì dodici ci convien di digiunare
Perché alle tredici è Santa Lucia.
A lì ventuno San Tommaso canta
A lì venticinque è la Nottata Santa.
A lì ventotto so’ gl’Innocentini
e… so’ finite le feste e li quattrini!Le feste di Natale, con le tombolate serali, il chiasso e l’allegria, duravano
fino a S. Giovanni. Questo giorno era dedicato ad una gentile costumanza. “S. Giovanni: tutti i figli vanno dalle madri”, si diceva, e il ritorno dei figli e delle figlie nella casa dalla quale erano usciti e dove vivevano i genitori era
un modo, anche esso, di esaltare il sentimento della famiglia, e la Madre in particolare, che veniva quasi a simboleggiare la Madonna, cui tutti i figli,
novelli Giovanni, rendevano affettuoso omaggio.“A lì 28 son gl’Innocentini
e... so’ finite le feste e li quattrini !...”
E si tornava riposati al lavoro, ma con il cuore volto a preparare e ad aspettare un’altra festa: la vigilia della Pasquarella.
Di tanto la nottata di Natale era intima e raccolta, di altrettanto quella della Pasquarella era gaia e rumorosa. Uscivano sul far della sera, gruppi di tre o quattro persone, uomini per lo più, e si spargevano per le case di città o di campagna, a “cantare la Pasquarella”, attesi, accolti e benedetti, con un bicchier di vino già preparato e le povere, umili offerte da deporre nel canestro che uno di essi portava infilato nel braccio: uova, salsicce, uva secca e qualche bottiglia di vino.
Accompagnati dall’ “orghinetto”, quei canti, non sempre perfettamente intonati, ma sempre ascoltati con devozione, creavano un’atmosfera di raccolto stupore. Al chiudersi del ciclo delle feste natalizie, era questo un modo di fissare nel cuore per tutto il corso dell’anno, la speranza accesa da Cristo, sceso in terra a farsi umile e povero, come loro.
Si ritrovano in questi canti, insieme ad espressioni di commovente gentilezza, immagini di più saporosa corpulenza. Noi non sappiamo chi ne sia stato l’autore, ma certo, la poesia approssimata in cui erano composti, le sgrammaticature, le assonanze, le ripetizioni, i versi zoppicanti, ecc. indicano, senza ombra di dubbio, l’ambiente popolare dal quale provengono. Sentire, ad esempio, questo che abbiamo potuto raccogliere sulla bocca dell’ultimo cantore della Pasquarella:“Ecco ch’è notte e si rallegra il mondo
Ecco la santa notte di Natale.
È nato il Redentissimo del mondo
il Figlio di Maria, l’originale”.Il Santo Padre Eterno accosì vole
de fà venir tre magi dall’Oriente.
Per compagnia si portò la stella,
la stella camminò sempre con loro.
La stella si posò ‘n quella capanna
dov’era quel ricchissimo tesoro.Pasquarella befania
Tutte le feste si porta via.
Ma rispose Sant’Antonio:
piano, piano ... che c’è la mia!
Ma rispose ‘na vecchiaccia:
semo inverno fino a Pasqua!Abbiam cantato su la pietra vecchia:
affaccete Padrò, dalla finestra:
abbiam cantato su la pietra nova:
affaccete, Padrò, e dacce l’ova !”O quest’altra, colma di tenerezza all’inizio:
“Su, su, su su, pastori,
andiamo a trovare Gesù.
E non tardiamo più,
che già l’è nato.
Verbo incarnato
Maria verginella
Sotto la capannella
L’ha posato.Maria portò la pace
Di quello che io ti ho detto:
Angelo benedetto,
spargela in via,
piena di allegrezza
e di Maria “.Qui all’improvviso il tono cambiava e da tenero e raccolto si faceva vivace e sbrigliato:
“Fate presto a aprì la porta
Che dal ciel casca la brina ...
Che c’è presa la tremarella,
viva, viva la Pasquarella,
Catenaccio della porta,
sei di ferro e non m’importa,
perché ci hai la figlia bella,
viva, viva la Pasquarella “.Si stava in giro per tutta la notte e si bussava a tutte le porte. Saltarne una, era come fare un’offesa. E se la porta tardava ad aprirsi, i cantori intonavano impazienti:
“Dalla corta ne venimo,
pe’ la lunga dovemo annà!
Si ce date qualche cosa,
non ce fate più aspettà...”E via via che le offerte scendevano a riempire il canestro, il gruppo invocava o commentava:
Si ce date un ovarello
Ce faremo la frittatella
Quanto è grossa la padella.
Viva, via la Pasquarella.
Si ce date ‘na sarciccia,
sò la fija di magnaciccia,
si ce date un sanguinaccio
sò la fijja de Paolaccio.I cantori più appassionati della Pasquarella nell’ultimo ‘800, nel periodo, cioè, in cui la vita di Orte non era stata ancora turbata dalle lotte politiche, furono Peppino di Trenta, un omino alto un metro e cinquanta, ma tutto pepe e sale, che si accompagnava con il violino, e un certo Angelo de Menelik.
Oggi la tradizione è tornata, ma non è più quella. Non si bussa più alle porte, ma si va per le strade e per le piazze. Nel silenzio della notte, il coro di giovani che si leva con accompagnamento di chitarre, fisarmonica e sassofono a cantare “Tu scendi dalle stelle” o “Astro del ciel”, è accolto dai cittadini con riconoscente compiacimento. È questo, ci sembra, il modo più adatto, per augurare, alla inquieta società del nostro tempo, che dopo la pausa delle feste natalizie si accinge a tornare alle attività di ogni giorno, la speranza e la pace di cui ha sempre bisogno.”

Cantori della Pasquarella (pasquarellari) anni ’80
EPIFANIA DEL SIGNORE“Abbiamo visto sorgere
la sua stella in oriente
e siamo venuti per adorare
il Signore”
(Matteo 2,1)La “Pasquarella”Ecco ch’è notte e se rallegra i monno
ecco la Santa Notte de Natale.
E’ nato i Redentissimo de monno
i fijo de Maria l’Originale.
Su su, su su pastori
namo a trovà Gesù
e nun tardamo più
che già l’è nato.
I Verbo s’è incarnato, Maria Verginella
sotto la cappannella l’hai posato.
Fate presto a aprì la porta
che dal ciel casca la brina
che c’è presa la tremarella
viva viva la Pasquarella.
Catenaccio de la porta
si de ferro e nun c’emporta
perché ciai la fija bella
viva viva la Pasquarella.
Da la corte ne venimo
pe la lunga ce tocca annà
si ce date quarche cosa
nun ce fate più aspettà.Si ce date n’ovarello
ce faremo n’a frittatella
quant’è grossa la padella
viva viva la Pasquarella.Si ce date na sargiccia
semo fiji de magna ciccia
si ce date ‘n sanguenaccio
lo magnano bello e jaccio.Da la corta ne venimo
pe la lunga ce tocca annà
si ce date quarche cosa
nun ce fate più aspettà.Emo cantato su la pietra vecchia
affaccete padrò da la finestra
emo cantato su la pietra nova
affaccette padrò e dacce l’ova.Pasquarella Befania
ogni festa porta via
ma rispose Sant’ Antonio:
piano un po’ che c’è la mia.


I CANTI DI QUESTUA: LA PASSIONELa passione è un canto di questua molto diffuso in varie parti d’Italia, soprattutto nell’area mediana. Si conoscono varie versioni, viene cantata durante la settimana santa, dalla Domenica delle Palme fino a quando non si sciolgono le campane.
Durante la Settimana Santa oltre che il canto della Passione, venivano anche fatti dei riti e/o recitate delle preghiere. In un’intervista da me effettuata a Orte si è rilevato che si riteneva doveroso in quella settimana contenere anche l’esultanza della natura, infatti nella testimonianza di Vittoria e Lauretta Marzoli di Orte ho rilevato che si legava il ciliegio con una fune.
“Vittoria: Io mi ricordo che babbo […] legava il tronco ad un ciliegio con una corda. Lauretta: si legava un ciliegio con una fune. Vittoria: Ho chiesto anche a Carlo, Carlo è il più grande di no, è del 1930, di questa usanza che anche lui conosceva, che aveva visto fare da babbo e dai contadini vicini, ho chiesto che significato avesse e lui ha detto che lo facevano anticamente in campagna molti contadini di Orte e nei dintorni di Orte sotto la Penna, […] e anche nelle zone di Cimacolle. Intervistatore: Ah c’era questa usanza? Vittoria: Si si, noi abitavamo in località Le Grazie, precisamente ci ricordiamo che durante il periodo della Passione c’era questo ciliegio, legato da una fune durante la Settimana Santa proprio sotto ai “Cappuccini” e ce lo ricordiamo. […] Precisamente lo legavano il Giovedì Santo quando si legavano le campane e lo slegavano quando si scioglievano le campane. In quel periodo venivano sciolte il Sabato Santo alle 10 del mattino. Quindi il ciliegio restava legato il giovedì, il venerdì e il sabato alle 10 si slegava.”I canti registrati della Passione a Orte sono:1) Le ventiquattr’ore.
2) La morte di Gesù.
3) Già condannato il Figlio.
4) I piedi beati.LE VENTIQUATTR’ORELo preparà di un’ora di quell’ultima cena
e ccon faccia serena GGesù così pparlò.Dicéssi ll’ho tradito dicéssi l’ho llégato
e Ggiuda disgrazziato rispose non zarò.Le ddue i rredentore Ggiuseppe ti allevò
gli disse dell’errore ch’io ti perdonerò.
Le tre ddel sacramento d’istinto il Salvator
in ttutto il cuor contento il corpo dispenzò.Alle quattr’or si vvòlse con tanta compassio’
che fra llancia rivolse così Ggesù parlò.Le cinque fu nell’orto facendo l’orazzione
le sei dal Padreterno bòn Ggesù si presentò.
Le sètte non si termina la turba lo menò
alle òtto una lanciata da’ bbòn Ggesù toccò.Le nòve ‘na schiaffeggiata allora Ggiuda si turbò
la dieci carcerato da bbòn Ggesù toccò.Ecco che fu accusato sonando ll’undici or
le dodici a Ppilato bbòn Ggesù si presentò.Le tredici di bbianco vestito il Salvator
ferito da una canna pe’ dargli più dolor.Portando il crocifisso che ffà quattordici or
Pilato se ne afflisse per non commette’ l’error.Legato alla colonna che fa le quindici or
battuto e fflagellato o Ccristo è gran dolor.Incoronà’ di spine che fa le sedici or
le tempie sue divine il suo sangue riversò.Alle dicissett’ora la penna si addoprò
pe’ dda giusta sentenza da bbòn Ggesù toccò.Di chiodi e di martelli che non si preparò
o croce a Ridentóre le dici d’otto andò.Alle dicinnov’ ore da st’avventure annò
alle venti da bevere gli chiese l’Aridentó.Suonando l’avventuna la testa si anghinò
l’anima santa e pura da’ Ppadreterno andò.
Alle ventiddu’ore l’unchino trapassò
con ffèrro e con furore su’ ppètto lo piagò.Alle ventitré ore sulla croce lo levò
e la mamma con dolore sulle bbraccia lo pigliò.Alle ventiquattr’ore Ggesù risuscitò
con suoni e ffèste e ccanti dall’altra gloria andò.(Registrata ad Amintore Massarelli)

LA MORTE DI GESU’
Registrata a Amintore Massarelli detto Mimmo il giorno 27/06/2010 da Vincenzo Cherubini.La mòrte di Ggesù Maria s’affanna
Ggesù che fu legato alla colònna. (bis)Ggesù che fu legato alla colonna
che fu bbattute le ggèndi di Ranna. (bis)Che fu bbattute le ggèndi di Ranna
senti lu pianto che fa la Madonna. (bis)Senti lu pianto che fa la Madonna
vèni Giovanni a conzolà Mmaria. (bis)Vvèni Giovanni a conzolà Mmaria
vèni Giovanni che nnòva ci porti. (bis)Vèni Giovanni che nnòva ci porti
la nòva de zzuo figlio vivo o mmòrto. (bis)La nòva de zzuo figlio vivo o mmòrto
o vivo o morto lo ritroveremo. (bis)O vivo o mmòrto lo ritroveremo
la strada del Ccalvar che noi faremo. (bis)La strada del Ccalvar che noi faremo
e bbutteremo ‘na strillande vóce. (bis)E butteremo ‘na strillande vóce
il figlio di Maria non arispóse. (bis)
Il figlio di Maria non arispóse
ll’è morto e ccondannato su la croce. (2 v.)
GIA’ CONDANNATO IL FIGLIO
Registrata a Amintore Massarelli detto Mimmo il giorno 27/06/2010, trascritta come è stata registrata con i processi di zersingung.Già condannato il filio
dalle ribbalte squadre
chiède all’affritta madre
i’ ffijjo mio dov’è?
Corre ma ad ogni via
ingontro alle piangèndi
e cchiède angor piangèndo
il figlio mio ddov’è?
Interroga le madi
divine e ssèi filiole
ma noi che siam divine
il filio mio dov’è?
Oh madre dolce cara
la Vergine Maria
permetti che io ti dica
che il filio tuo morì.
Le tombe e sassi e mmonti
le stelle mare e sfera
per fa sapere a tutti
che il figlio suo morì.
Ella: “Di crudèl curminisse
questo esegèr eccesso?”
“Oh dolce Madre io stesso
il figlio tuo morì.”
Per me quel figlio cadde
per me lo vidi morto
inzanguinato e spento
lo spirito salvò.
Per soddisfare oh Vergine
il mio diletto indotto
per disprezzar quel piando
che ttu vverzasti un ddì.
Tlaccato angora t’offro
Eterno Divino Padre
le pene della madre
il zangue di Gesù.Già condannato il figlio
dalle ribalde squadre
chiede all’afflitta madre
il figlio mio dov’è?
Corre ma ad ogni via
incontro alle piangenti
e chiede ancor piangendo
il figlio mio dov’è?
Interroga le mesti
figliole di Sion
ma noi che siamo divine,
il figlio mio morì?
Oh madre dolce cara
Oh Vergine Maria
Permetti che io ti dica
Che il figlio tuo morì.
Le tombe i sassi i monti
Le stelle il mare
Per far sapere a tutti
Che il figlio tuo morì.
Ma chi crudel commise,questo sì grande eccesso,o dolce Madre io stesso,uccisi il tuo Gesù.
Per qua il Figlio cadde,insanguinato e spento,per me che vidi a stento,lo spirito esalar.
Per soddisfare o Vergine,al mio diletto infranto,deh! prestami quel pianto,che tu versasti un dì.
Placati, dunque, io t’offro,Eterno, Divin Padre,le pene della Madre,e il sangue di Gesù!
I PIEDI BEATI
Il testo è stato trascritto da L. Cimarra in Il rilevamento dei canti di tradizione contadina: un filmato del cineclub di Orte, in Ricerche etnomusicologiche recenti in diverse aree culturali, a cura di Valentina Rossi, Editrice Silvio Pellico, 2017, Montefiascone, (rilevato sul documentario ortano: I canti popolari) pag. 98.Piangéte sorèlle, piangéte la mòrte,
lla mòrte crudele, ch’ ha fatto Ggesù,
con dando dolóre con dando soffrire,
la langia forènde, che Ccristo ferì.
I pièdi bbeati del nòstro Signóre
jje l’hanno inghiodati con dando doló,
con dando dolóre, con dando soffrire,
la langia forènde, che Ccristo ferì.
Gginòcchi bbeati del nòstro Signóre
jje ll’ ha’ ngavargati con dando doló,
con dando dolóre, con dando soffrire,
la langia forènde che Ccristo ferì.
E ‘l còrpo bbeato del nòstro Signóre
jje l’hanno frustato con dando doló,
con dando dolore, con dando soffrire,
la langia forènde, che Ccristo ferì.
E ‘l pètto bbeato del nòstro Signóre,
jje l’hanno forato con dando doló,
con dando dolóre, con dando soffrire,
la langia forènde, che Ccristo ferì.
La tèsta bbeata de nòstro Signóre,
jje l’hanno spinata con dando doló,
con dando dolóre, con dando soffrire,
la langia forènde, che Ccristo ferì.
Piangéte sorèlle, piangéte la mòrte,
lla mòrte crudèle ch’ ha fatto Ggesù.
Piangéte piangéte, piangéte sorèlle,
piangéte la mòrte, ch’ ha fatto Ggesù.
I CANTI DI QUESTUA: IL CANTAMAGGIOCANTAMAGGIO“L’ usanza, ancora oggi viva in varie regioni (comprese quelle limitrofe della Toscana e dell’Umbria), un tempo doveva essere diffusa anche nella Tuscia. Una testimonianza risalente al secolo XV ci è fornita dalla lettera che il Poliziano in viaggio verso Roma indirizza a Lorenzo il Magnifico in data 2 maggio 1488. […] nel Viterbese il canto è rimasto in auge fino alla fine del secolo scorso soltanto a Orte e dintorni, con vari tentativi di rivitalizzazione, reiterati fino a tempi recenti.”
Nell’articolo Cimarra fa riferimento al Cineclub di Orte e al video “Canti popolari ortani” girato alla fine degli anni “70 da cineamatori ortani.
Nella ricerca da me condotta, è stato possibile rilevarne un’altra versione trascritta di seguito.CANTAMAGGIOBenedisco la vostra venuta
nòva vi porto ch’è venuto maggio. (2 volte)
Si ppe’ sòrte non lo credi a mméne
‘ffaccete di fòri e lo vedrai da téne. (2 volte)
Si ppe’ sòrte non lo credi certo
‘ffaccete di fòri e lo vedrai ggiù l’orto. (2 volte)
Maggio si ni va ppe’ ‘sti stradèlli
l’ha ricoperto di fioretti belli. (2 volte)
E Maggio si ne va ppe’ li stradèlli
tutto coperto di fioretti belli. (2 volte)
E Maggio si ne viene ripe ripe
co’ ccanestrino a ccojje le moriche. (2 volte)
E Maggio si ne viene còste còste
benedicendo de ‘ste giovanotte. (2 volte)
Ffaccete a la finestra si ce sei
dammene ‘n goccio d’acqua se cce l’hai. (2 volte)
Dammene ‘n goccio d’acqua si ce l’hai
si nun me lo vòi dà patrona sei. (2 volte)
Ffaccete a la finestra ricciolona
de’ tuoi capelli ne vorrei ‘na rama. (2 volte)
De’ tuoi capelli ne vorrei ‘na rama
li metterò pe’ ggiunta a la catena. (2 volte)

VENGO DA LUNGO VIAGGIO
(Registrazione effettuata da Luigi Cimarra)
Maggio di questua
OrteTesto registrato su declamazione dell’informatore, Palombo Tarquini (1922-2019), in località Le Caldare, fraz. di Orte, il 18 luglio 1981. L’ultima strofa è stata declamata sottovoce: “…queste èrono cose che le facevamo noi. Capito? Ce se mettevono ma sennò non c’è”.
Metrica: strofe di apertura costituita da ottonario e un endecasillabo; strofette di due versi endecasillabi, di cui alcuni ipermetri, con rime e assonanze baciate; cadenza ritmica prevalente sulla seconda, sesta e ottava sillaba dei versi endecasillabi.Vengo da lungo vîaggio
nòva ve porto ch’è venuto maggio.Ll’è venuto maggio e primavera
ogni arbero fiorisce e ssi prepara.Ogn’àrbero fiorisce e ssi prepara
ogni àrbero fiorisce e ffa ‘r zuo frutto.Maggio che ssi ni va ppe’ lli stradèlli
l’è ricoperto de ros’ e dde fiore.Maggio che sse ne va ppe’ lle stradini
l’è ricoperto de perpetuini.Le bbenedico queste vedovèlle
de llà dda maggio so’ rrose ingannate.
Li bbenedico questi cavallari
de llà dda maggio càmbieno i campani.Li bbenedico questi bbiforchetti
de llà dda maggio càmbieno ll’attrezzi.Li bbenedico questi pecorari
de llà dda maggio càmbieno i callari.Maggio che sse ni va llà li piani piani
le rivedendo la bbiada li grani.Maggio che sse ne va le ripe ripe
col canestrello a ccojje’ le moriche.Maggio che se ne va le fratte fratte
con canestrèllo a ccojje’ le morasche.Maggio che se ne va ll’asciutto asciutto
Affàccete, padrona, col presciutto.Semo ‘rivate su la pietra nòva
Affaccete, padrona, e ddacce ll’ova.Affàccete, padrona de conchiglia,
se nun ci-ha’ ‘l prosciutto dàcce la figlia.




IL CINEMAVisitando il centro storico di Orte (VT), di fronte al parcheggio coperto in via Piè di Marmo 159, potrete vedere una lapide ricordo che è posta sulla casa, dove il 14 marzo 1867, nacque Filoteo Alberini, morì a Roma nel 1937, non tutti sanno che Filoteo Alberini pioniere del cinema italiano, costruì e collaudò il Kinetografo Alberini, che fu la prima macchina da presa a proiezione italiana brevettata nel novembre del 1895. In seguito fondò con un suo amico ortano, Dante Santoni, il primo stabilimento italiano di produzione cinematografica, Alberini & Santoni. Nel 1937 produssero il primo film storico italiano, “La presa di Roma”. Nella ricorrenza dei 150 anni della sua nascita il comune di Orte ha fatto realizzare dall’artista Roberto Ioppolo una statua che è ora posizionata nel piazzale dove erano i giardini pubblici.
Il cinema è dedicato a Filoteo Alberini.n° 6 Aneddoto sul cinema e TullioDurante la proiezione di un film svedese (intorno agli anni ’70 ebbe molto successo) dal titolo Elga, veniva mostrato sullo schermo tutto il doloroso momento del parto in cui la donna mette al mondo la sua creatura, iniziando dall’istante in cui appare la parte superiore della testa del neonato.
Una ragazza, rimase talmente impressionata da perdere i sensi.
In una stanza attigua alla cabina di proiezione, l’aiuto operatore aveva una bottiglia di grappa, la quale fu usata per rianimare la ragazza.
Mentre le si davano dei piccoli schiaffi, le facevano ingoiare un po’ di grappa; ad un certo punto, la maschera del cinema disse:
“E che ti credevi che i figli li portavano le cicogne? Pòra stupida eh!”

Tullio Fabrizi (Orte, 1904 -1976)

Via del Plebiscito. “I giardinetti”: Sor Cappanna all’opera.
GIARDINETTII giardini pubblici chiamati “giardinetti” venivano curati da un giardiniere e erbo-scultore di nome Luigi Gioacchini (Orte, 1891 – 1969), soprannominato “Sór Cappanna”.
All’ingresso c’era un cancello che la sera veniva chiuso e riaperto la mattina dal giardiniere, sulle due colonne d’ingresso erano poste due piccole statue di galli e sotto ciascuna di esse figurava una scritta beneaugurante. L’una diceva: “Io canto per il buon giorno del mattino”, l’altra: “Io canto per chi visita il giardino”. Furono rimosse intorno agli anni ’60 del secolo scorso.n° 7 I’ zzór Cappanna‘Na vòrda a’ zzór Cappanna ch’èra ‘m bravo ggiardignère, jje vòllero dà ‘m prèmmio, in quando facéa co’ amóre e cco’ ppassióne i’ggiardinétti.
I’ ggiórno de la premiazzióne, quanno jje déono i la medajja cóme prèmmio, Ggioanni de Mullio, jje dicétte de dì quarcòsa pe’ i’rriconoscimento che cc’éa aùto. Èsso guardanno la medajja dicétte: “Grazzie, grazzie pe’ la bbèlla medajja, è ppròpio bbèlla, bbellissima, anzi déo da dì mediòcre, grazzie.”
Una volta al signor Capanna che era un bravo giardiniere, gli vollero dare un premio, in quanto coltivava con amore e passione i giardinetti.
Il giorno della premiazione, gli davano la medaglia come premio, Giovanni di Amulio, gli disse di dire qualcosa per il riconoscimento che aveva avuto. Lui guardando la medaglia disse: “Grazie, grazie per la bella medaglia, è proprio bella, bellissima, anzi devo dire mediocre, grazie.”

Giardini pubblici

Per gentile concessione di Franco Scipioni
UNO STUDIO DI DON DELFO SU ANTONIO DECIAntonio Deci letterato ortano (Orte 1560 – Roma 1597), nacque da una famiglia affermata, compose l’Acripanda, una tragedia in versi la quale ebbe molto successo.
Fu tra gli amici prediletti di Torquato Tasso, il suo ritratto appare sul monumento funebre nella chiesa romana di sant’Onofrio.
La commedia di Antonio Deci risulta presente nella biblioteca privata di Leopardi a Recanati.
Scrive don Delfo Gioacchini:“Antonio Deci da Orte e il canto “A Silvia”
di Delfo Gioacchini
Il verso leopardiano “da chiuso morbo combattuta e vinta” (a Silvia) ha, forse, la sua radice nel verso 689 dell’atto I della tragedia “Acripanda”, del poeta Antonio Deci da Orte, vissuto nell’ultimo trentennio del secolo XVI.
Per rappresentare in determinate circostanze, l’incertezza dell’animo umano, in questo caso della nutrice, il Deci si serve dell’immagine della pianta, esposta a “doppi venti”:“C’hor quinci è mossa dal furor di Noto,
or quindi il fiato d’aquilon l’assale,
sicchè, or da questo or da quel lato piega;
(Ahi!) talor sanora, miserella anch’io
da doppie voglie combattuta e spinta”.Il passo del Deci richiama il leopardiano canto “A Silvia” almeno in tre punti: negli avverbi quinci e quindi riprodotti dal Leopardi nel verso 25 nell’aggettivo miserella, a cui corrisponde il tenerella del verso 42; e infine, così evidente nel ritmo e nella costruzione, nel verso intero “da doppie voglie combattuta e spinta”.
Non v’ha dubbio che nel verso leopardiano ha un significato ben altrimenti tragico e profondo, con quell’immagine del morbo chiusa pronto ad attendere un agguato terribile, proprio perché volto a combattere e a vincere, una povera, ignara, “tenerella” fanciulla.
Il Leopardi aveva altra statura, e stabilire un rapporto tra i due autori potrebbe sembrare un confronto ardito. Ma la congettura che quel verso abbia la sua origine dal passo del Deci non ci sembra del tutto infondata.
Sappiamo che dopo la cosiddetta “Conversione Letteraria” il Leopardi si dedicò allo studio “matto e disperatissimo” degli autori del ‘500, del ‘300 e del ‘600, raccolti nella biblioteca paterna, e sappiamo quanto fosse pronto ad assimilare e ad annotare quel che colpisce la sua immaginazione.
Il fatto che un importante periodo della sua vita di politico e magistrato, il Deci lo abbia trascorso nelle Marche, e precisamente a Metelica, a Ripastrasone, a Fabriano e nei “castelli intorno”, lascia ragionevolmente supporre, che egli fosse conosciuto da quelle parti anche come poeta, oltre che come uomo di legge, e che, quindi, la pubblicazione della sua tragedia, che pur a quel tempo aveva levato un certo rumore, non passasse inosservata. Infatti una copia, precisamente la IV edizione del 1617, risulta presente nella biblioteca della casa Leopardi.
Non sembra improbabile, quindi, che sia stata attentamente letta dall’adolescente Giacomo sì quale piacque, in quella sua prima età, la poesia tragica (Il Pompeo in Egitto, La Virtù indiana).
È una supposizione, senza dubbio. Ma è certo che la lettura dei quattro versi del Deci susciti l’impressione di qualcosa di già udito e richiama alla mente i versi del canto “A Silvia”.Copia della rivista con l’articolo di don Delfo Gioacchini
Copia della rivista con l’articolo di don Delfo Gioacchini su “Rassenga di cultura e vita scolastica” marzo – aprile 1979, p. 5 riprodotto da “L’eco della stampa” di Milano.

FOLK INFANTILE
PONDE PONÈNDE PONDE PPÌQuesti testi della ricerca di Vincenzo Cherubini ci consentono di ampliare e approfondire lo sguardo sul ricco repertorio del folklore infantile ortano.Come già accadeva nel primo volume, alcune sezioni in particolare hanno l’effetto di farci tornare immediatamente bambini, evocando ricordi che forse ignoravamo persino di possedere. Leggere certe filastrocche vuol dire riascoltare delle voci familiari che hanno accompagnato per anni le nostre giornate e che poi il tempo ha spento, come quella di un nonno o di una mamma che ci facevano un indovinello, o ci prendevano in giro bonariamente, o intonavano una canzoncina. Leggerne altre vuol dire ritrovarsi improvvisamente in una strada o in un cortile coi calzoncini corti e le ginocchia sbucciate, a giocare con la palla o con la corda, a Uno, due, tre stella o a Regina reginella, o a fare la conta per stabilire i ruoli di certi giochi. Tornano a disegnarsi con nitidezza volti, gesti, scene di vita quotidiana ripetute infinite volte e di cui poi si è persa l’abitudine, immagini che la memoria ha conservato a nostra insaputa e che poche parole in rima, un po’ come la madeleine di Proust nella Recherche, hanno il potere di far riaffiorare in un istante.Non siamo più bambini, però. E forse, rileggendo con altri occhi alcune filastrocche, cogliamo solo oggi certi doppi sensi, certe allusioni maliziose. La predilezione per contenuti licenziosi e piccanti è un aspetto tipico della cultura popolare, di cui il repertorio qui raccolto costituisce un’interessante espressione. Ne contiene vari esempi la sezione dedicata agli Indovinelli, alcuni dei quali giocano volutamente sull’ambiguità di senso e anzi ad un lettore adulto suggeriscono come prima interpretazione proprio quella che ne coglie l’allusione oscena. L’obiettivo è ovviamente quello di strappare una risata al destinatario, di cui si finisce inevitabilmente per rimarcare l’indole maliziosa che l’ha portato a fare certe associazioni e non altre.L’intento scherzoso appartiene anche ai testi di altre sezioni di questa raccolta, accomunate più specificamente dal carattere irridente, che costituisce un altro elemento significativo della cultura popolare, come le Filastrocche dileggiative o scherzose su persone, le Tiritere dileggiative su nomi di persona, le filastrocche Per prendere in giro. L’intenzione canzonatoria colpisce solitamente un comportamento, un aspetto fisico o caratteriale, o semplicemente un nome e si combina spesso con la componente volgare, che rafforza l’effetto comico.Nella prima di queste sezioni è interessante notare la presenza di elementi appartenenti alla cultura alta, che evidentemente hanno avuto diffusione anche tra gli strati meno colti della popolazione fino ad entrare a far parte dell’immaginario collettivo e di un universo linguistico che attinge a certe espressioni, pur senza essere molto probabilmente consapevole della loro origine. Mi riferisco alle filastrocche n. 12 e n. 15. Nella prima - Ma che hai fatto? / Co’ cculo hai fatto trombétta! - è evidente la citazione dantesca dell’ultimo verso del XXI canto dell’Inferno, dove Barbariccia, uno dei Malebranche, i diavoli della bolgia dei barattieri, con uno sconcio segnale fa ripartire la brigata dei suoi compagni . Nella seconda, invece, – Nicche nacche, nicche nacche, / sòno bbòvi oppure vacche? / Ma ssò vvacche nu’ le védi, / nicche nacche che ‘n ge védi? – l’espressione “nicche nacche”, com’è notato dall’autore nel commento, deriva dalla frase latina “quis hic in hac?”, che si potrebbe tradurre “cos’è questo in questa cosa?”, o più semplicemente “che c’entra?”; questa frase, giunta attraverso chissà quali canali a parlanti che non conoscevano il latino, è stata ripetuta e deformata in modo tale che se ne è persa la sintassi e la grammatica, mentre se ne è conservata la sonorità.Un processo di rielaborazione e distorsione è evidente anche nelle Parodie di orazioni e canti religiosi, dove all’intenzione scherzosa si unisce il gusto per la parodia, che è ancora un aspetto ricorrente nei testi della tradizione popolare. Di preghiere come l’Alleluja o il Padre nostro vengono dunque mantenute la cadenza e alcune parole, mentre altre vengono sostituite a scopo burlesco o umoristico. Una vena più propriamente satirica si riconosce, poi, in alcune canzoncine che non sono effettivamente delle contraffazioni di preghiere, ma che hanno come bersaglio polemico dei preti.Sfogliare le pagine di questa raccolta è dunque come aprire una finestra sull’universo ricco e cangiante del folklore ortano. Passando di filastrocca in filastrocca, ascoltiamo la voce viva di una comunità che per lungo tempo ha condiviso esperienze, abitudini, giochi, feste, riti e ha prodotto testi che hanno dato espressione a una certa visione della vita, testi che, ripetuti di casa in casa e di generazione in generazione, hanno contribuito a creare e rafforzare il senso di appartenenza e di identità. Leggere questa raccolta vuol dire, in definitiva, entrare a contatto diretto con l’anima di questa comunità e cogliere la gamma variegata delle sue manifestazioni più vivaci e spontanee, da quelle più tenere e delicate a quelle più maliziose e irriverenti. E forse vuol dire anche, in un contesto sociale e culturale che ci educa sempre più all’isolamento e all’individualismo, avere l’occasione di recuperare almeno in parte quel senso di appartenenza e di condivisione.Prof.ssa Chiara Della Cagna

Le parti che sono presenti in questa pubblicazione sono le seguenti:Indovinelli
Scioglilingua
Filastrocche dileggiative o scherzose su persone
Parodie di canti religiosi
Tiritere dileggiative su nomi di persona
Conte
Giochi di palla e corda
Canti e cantilene per accompagnare i giochi
Frasi per prendere in giro
Canzoni al contrario
INDOVINELLI“Féta fetajja
chi cce féta su la pajja?”
“La gallina.”
“Mèrd’im bócca a cchi cc’indovina.”“Indovina indovinèllo
chi ffa ll’òvo ne la pajja?”
“La gallina.”
“Mmèrda ‘m bòcca a cchi cc’indovina.”
“E a cchi cc’ha ‘ndovinato,
la gallina ggià jje c’ha cacato.”Lo sai quandi ggiri fa ‘na bbòccia?
(Tandi e ppòi nom più)Da véndi-cìngue lèvele.
(Quindici)Bbabbo l’addrizza
e mmamma l’ammóscia.
(I’ zzacco de la farina)Trendaddue cavalli bbianghi,
co’ uno rósso che ddà ccargi
a ttutti quandi.
(La lingua)Pianino adaggino,
quattro fijji vanno a scòla,
chi ssò‘sti fijji?
(Pia, Nino, Ada, Gino)Cc’è ‘na còsa
ch’odóra de ròsa,
la ròsa nun è
‘ndovina che è?
(La saponetta)Trottolin che ttrottolava,
sènza gamme camminava
sènza sèdia se sedéva,
come ddiàmmine facéva?
(I’ggomitolo de lana)Trottolì che ttrottolava,
sènza gamme camminava
sènza culo se sedéva,
Ttrottolì come facéva?
(I’ggomitolo de lana)Annamo a llètto bbèlla còppia,
ne farémo ‘na còsa jjótta,
‘na còsa jjótta nói farémo,
ppélo a ppélo accosterémo.
(Le ciglia degli occhi)Quale ccittà è nnata prima
tra Ccivitavècchja, Macerata,
Nocèra e Vvaltopina?
(Civitavècchja èra ggià vvècchja,
Macerata cc’èra stata,
Nocèra non cc’èra,
Valtopina è nnata prima).In cèlo c’è, in tèrra nun g’è,
le ragazze nun ce l’hanno,
le fanciulle ce l’hanno ddue,
Luigi ce l’ha ddavandi,
Michèle ce l’ha dde dièdro,
e ppòro Piètro
nun ce l’ha né ddavandi
né dde dièdro.
(La lettera “elle”)La sòcera de la mójje
de tu fradèllo ch’è a tte?
(La madre)Trènda bbuchi e ppiù di trènda
ce lo ficco finché cc’éndra:
pe’ ddà ggusto a la signóra
ce lo tèngo ppiù de ‘n’óra.
(Lo scallalètto)Pizzo pènne
pelóso sta aspettà
se ppizzo num pènne
pelóso se ne va.
(La pianta de’ ffico
se ffico num pènne
i’ ppòrco se ne va)Quanno éndra è llungo e dduro,
èsce fòri mòscio e sgocciolande.
Che è?
(I’ mmaccaróne. Il maccherone)Alto alto il padre, piccolina la madre,
i’ fijjòli néri, i nnipotini bianghi,
se ce ‘ndovini, te dò ‘m par de guanti.
Che ssò?
(Pino e Pinoli)Pelosina pelosétta
se la tòcchi s’arrossétta,
è ppelósa e odorósa,
non più llarga de ddu’ déta,
fa rizzà la pèlle umana,
e il zuo nòme finisce in … ica.
Non c’è bbisògno che tte lo ridica.
(Perché si tratta dell’ortica.)Io c’hò ‘m porchettéllo
legato a’ llaccettéllo,
nu’ magna, nun dòrme,
e nun béve, che è?
(Ccocommero)Pennólì che ppènne a’ ccèlo,
pènne drénto i’ mmonastèro,
se ‘n accòrge la bbadéssa
se lo magna tutto éssa.
Che è?
(Il grappolo dell’uva)Vvé lo dico, ve lo ripèto,
vvé lo vèngo a ddir di nuòvo,
e sse vvói non lo sapéte,
pròpio asino saréte!
Che è?
(Il velo)Chi la fa, la fa pe’ vvénna’,
chi la cómbra nu’ l’addòpra,
chi l’addòpra nu’ la véde.
Che è?
(La cassa da morto)Nun guardà che cc’ha le còrna,
pòrta nòve mési cóme ‘na dònna.
(La mucca)Ppiù la tiri e ppiù s’accórcia.
(La sigherétta)Qual è quélla còsa
che sta ffèrma e cche ccammina?
(L’orlòggio, l’orilòggio)
GLI INDOVINELLI“γρῖφος,” è il termine greco il cui significato indica enigma, rompicapo o indovinello.Gli indovinelli rientrano in una tradizione millenaria e sono rintracciabili sia nella letteratura colta che in quella folklorica.Nella cultura religiosa un indovinello è presente nella Bibbia nel capitolo “L’indovinello di Sansone”, (Giudici 14. 12 – 20) dove il personaggio biblico, lo pone ai suoi trenta compagni: “Voglio proporvi un indovinello, se voi me lo spiegate entro i sette giorni del banchetto e se l’indovinate, vi darò trenta tuniche e trenta mute di vesti, ma se non sarete capaci di spiegarmelo, darete trenta tuniche e trenta mute di vesti a me.”Nella mitologia greca, il primo indovinello della storia di cui si ha documentazione, è l’Enigma della Sfinge, la quale all’ ingresso della città di Tebe lo poneva ai passanti, coloro i quali non erano in grado di risolverlo venivano strangolati.L’indovinello è citato da vari studiosi, Michael Maier riporta in latino così l’enigma della Sfinge:
«Sphyngem aenigmatico Thebis sermone timendam
Oedypus ad propriam torserat arte necem:
Quaesitum est cui mane pedes sint bis duo, luce
Sed media bini, tres ubi vesper adest.
Victor abhinc Lajum nolentem cedere caedit,
Ducit et uxorem quae sibi mater erat.»«Scaltramente Edipo aveva costretto ad uccidersi
la Sfinge, temuta da tutta Tebe per i suoi enigmi:
essa chiedeva chi si regge su quattro piedi
il mattino, su due al meriggio, su tre al vespro.
Vincitore, uccide Laio che non vuol cedere il passo,
e prende per moglie colei che gli era madre.»
Il complesso di Edipo e automaticamente l’enigma della Sfinge è un aspetto significativo nella psicoanalisi.Nella cultura greca oltre al mito di Edipo e al personaggio della Sfinge, si pensi al personaggio di Omero, di cui è noto l’episodio nel quale dei pescatori propongono al poeta un indovinello:
“Quello che abbiamo preso lo lasciamo, quello che non abbiamo preso lo portiamo.” La soluzione è i pidocchi.
Nel folklore gli indovinelli sono di due tipi, quelli derivanti dalla letteratura e quelli rilevati nella tradizione orale.

SCIOGLILINGUA
Oggi serén non è,
ddoman zerén zarà,
se non è sserén,
si rasserenerà.Apèlle fijjo d’Apóllo,
féce ‘na palla de pèlle de póllo,
tutti i’ppésci venìvono a ggalla,
per vedére la palla de pèlle de póllo,
fatta d’Apèlle fijjo d’Apóllo.I’mmèżżo a la bbèlla piazza
cc’è um pèzzo de pizza,
déntro a i’ppózzo de’ppazzo
co’ i’ppizzo che ppuzza.
Puuuuuu!Tre ttòzzi di pan zécco,
in tre strétte tasche stanno.Tre stécchi sécchi, in tre strétte tasche stanno.Tre ttigri cóntro tre ttigri.Ttre asini vèngono dalla Sardégna,
ccarichi di fischi, fiaschi e llégna.Trèntatre ttrentini
andàrono a Ttrènto,
tutti e ttrentatré
trotterellando.Sótto la panga
la capra canta,
sópra la panga
la capra crèpa.Déndro ‘m piatto pòco cupo,
pòco pépe ppisto cape,
ppappa pècustro.I’pprìngipe de Tatazza,
è vvenuto a Nnapoli
pe’‘na tazza,
rispóse un napoletano
che in Tatazzerìa
non ci sóno più ttazze,
perché pprìngipe de Tatazza,
è vvenuto a Nnapoli pe’‘na tazza.Cc’hò un fazzolétto da orlà, spizzà,
spizzìngheri e ttajjà,
se cc’avéssi cchi me lo orlasse,
spizzasse, spizzìngheri, tajjasse,
pagherèi orlatura, spizzatura,
spizzìngheri e ttajjatura.Cc’hò ‘na pica
con una spiga
di grano ne’ bbécco.
Vva sul tétto,
casca la spiga,
scénde la pica,
riprènde la spiga,
rivà sul tétto,
con la spiga
di grano ne’ bbécco.Se l’arcivéscovo di Costantinòpoli
si arcivéscovicostantinopolizzasse,
ti arcivéscovicostantinopolizzerésti pure tu,
come si arcivéscovicostantinopolizzerébbe
l’arcivéscovo di Costantinòpoli?Déndro a qquél palazzo
c'è um pòvero cane pazzo,
date um pèzzo di pane
a qquél pòvero pazzo cane.Cc’è il questóre in questura a qquest’óra?
No, il questóre in questura a qquest’óra non c’è.Ripèti velòce ddiéci vòrde: Jjònico.Ripèti velòce: Un chjodóne, ddue chjodóni, tre
cchjodóni…
GLI SCIOGLILINGUAUn antico scioglilingua si trova in un frammento del poeta latino Quinto Ennio negli “Annales” nella parte del “Ratto delle Sabine”.
“O Tite tute, Tati tibi tanta tyranne tulisti.”
“O Tito Tazio, tiranno, tu stesso ti attirasti atrocità tanto tremende.”
Lo scioglilingua è una frase studiata appositamente per essere difficile da pronunciare, un esempio classico e molto diffuso di scioglilingua è il n° 9: “Sópra la panca la capra campa, sótto la panca la capra crèpa”, a Orte e Terni l’impostazione è capovolta.
Alcuni scioglilingua hanno l’intento di provocare un lapsus con proprietà umoristiche, imbarazzanti e a volte volgari. Un esempio molto noto in italiano è: “Mazzo di carte, carte di mazzo.”, che può generare parole volgari se vengono invertite o confuse.
Nel gioco verbale viene richiesto di ripetere più velocemente possibile una frase (in genere un nonsense) dove ci sono difficoltà di pronuncia. La sfida è scherzosa e fa parte della tradizione orale popolare come le conte e le filastrocche nell’ambito del folklore infantile, a volte in alcuni ambiti può assumere anche una connotazione proverbiale. Gli scioglilingua registrati a Orte sono diffusi in molte zone d’Italia e ovviamente in svariati paesi della provincia di Viterbo e nella vicina Umbria.
FILASTROCCHE DILEGGIATIVE O SCHERZOSE SU PERSONECacasótto
piscia a’ llètto
métte le scarpe
sótto a’ llètto.Cc’hai la tigna, cc’hai la rógna,
le scarpétte de Bbològna.Pijja su e ppòrta a ccasa
dì a ttu’ mà’ che ssò ccerasa.Chi ffa la spia
nun è ffijjo de Maria,
nun è ffijjo de Ggesù,
quanno mòre va llaggiù,
va llaggiù da qué’ vvecchjétto,
che sse chjama diavolétto,
va llaggiù da qué’ vvecchjaccio
che sse chjama diavolaccio.La ciuétta su mmazzòlo
fa ll’amore co’ ppizzicaròlo,
ppizzicaròlo jje dà ‘m bacio,
la ciuétta puzza de cacio.Ciucciurumèlla
cc’avéva ‘n zinale,
tutt’i ggiorni l’annava a lavare,
facéva la bucadèlla,
quésto è zzinale de Ciucciurumèlla.Pìzzichi e mmózzichi cóme ‘na cagna,
‘cchjappi le purgi, le scòppi co’ ll’ógna,
cc’hai le gamme fatte a èsse,
che tte pòssin ammazzatte.Cristòfero Colómbo,
co’ nnaso de piómbo,
co’ la tèsta de rame,
strilla: “cc’hò ffame!”Èsce la bbèlla:
tutto mmónno pisciarèlla,
èsce la bbrutta:
tutto mmónno s’arillustra.
(tutto mmónno s’arisciutta).Tira su, che la còlla è ccara:
quattro sòrdi a la cucchiara.Pendolina pendolina (congolina)
cchi la fa la sènde pe’ pprima.“Ma che hai fatto?
Co’ cculo hai fatto trombétta!”Mannaggia a ddiavolétto
che cc’ha fatto litigà,
pace pace e llibbertà.Maramao, perchè ssì mmòrto,
pane e vvino nun te mangava,
l’inzalada èra nell’òrto,
Maramao perchè sì mmòrto.Nicche nacche, nicche nacche,
sòno bbòvi oppure vacche?
Ma ssò vvacche nu’ le védi,
nicche nacche che ‘n ge védi?Strada larga, strada strétta,
cc’è Ppinòcchio ‘m biciclétta.Pinòcchio im biciclétta,
s’è ppèrzo la majjétta,
s’è ppèrzo le mutanne,
Pinòcchio sótto a’ ttranve.C’èra Pinòcchjo im biciclétta,
che ssonava la trombétta,
la trombétta se sfasciò
e Ppinòcchjo se ne andò.Ridi ridi, che mmamma
ha fatto li gnòcchi,
co’ zzugo de bbacaròzzi.Ridi ridi, che mmamma
ha fatto li gnòcchi,
co’ zzugo dei bbacaròzzi,
papà l'ha ‘nzugati,
e ttu jjótto jjótto
te li sì mmagnati!Sètte quattòrdici venduno vendòtto,
m’è ccascata la mójje da llètto,
e ha préso ‘m bèllo scòppo,
sétte quattòrdici venduno vendòtto.Sètte quattòrdici venduno vendòtto,
m’è ccascata la mójje da llètto:
l’hò pportata all’ospedale,
m’hanno détto: “Méno male!”
L’hò pportata a ccamposanto,
mm’hanno détto: “Grazzie tanto!”“Sì nnato a Rróma,
hai pèrzo la portrona.”
“Sò nnato a Ccampidòjjo
e la portrona la rivòjjo.”Silènzio perfètto,
chi pparla ‘n gonvètto,
chi ddice ‘na paròla,
fòri da la scòla.Topolino topolétto
żżum-pa-ppà,
s’è ficcado déndro a’ llètto
żżum-pa-ppà,
e la madre poverétta
żżum-pa-ppà,
jj’ha tirato la scopétta
żżum-pa-ppà.
Va de córza all’ospedale
żżum-pa-ppà,
l’ospedale èra jjuso
żżum-pa-ppà.
Va dde córza a’ ccimitèro
żżum-pa-ppà,
ccimitèro èra jjuso
żżum-pa-ppà.Tiritalla tiritalla
‘pprète sòna e la sèrva bballa,
e sse a’ pprète jje va la bbòna,
pprète bballa e la sèrva sòna.Tiritalla tiritalla
i’ pprète sòna e la sèrva bballa,
e sse a’ pprète jje va a la bbòna,
i’ pprète bballa e la sèrva sòna.
Tiritalla tiritalla
I’ pprète sòna e la sèrva bballa,
e sse ppijja i’ pprète da’ ggózzo,
i’ pprète va ssópre e la sèrva va ssótto.Zzucca pelada co’ ssètte (cènto) capélli,
tutta la nòtte te càndono ggrilli,
e tte fanno ‘na serenada,
zzucca pelada, zzucca pelada!Asino asino tuo parènde
pòrta la sòma e nu ze la sènde.

FILASTROCCHE DILEGGIATIVE O SCHERZOSE SU PERSONEIn questa sezione sono comprese le filastrocche dileggiative o scherzose a due livelli, da parte degli adulti verso i bambini e da parte dei bambini tra loro.
In questo caso il dileggio è spesso riferito ad aspetti comportamentali, caratteriali o fisici relativi alla persona.
Sono presenti altresì dileggi relativi al ruolo e, come attribuzione rispetto a determinati comportamenti.PARODIE DI ORAZIONI E DI CANTI RELIGIOSIAllelujja allelujja
ècco pprète che sse sgujja.È mmòrto Bbìschero
mmapì mmapò,
chi sse ne fréga
mmapì mmapò.Diasilla diasilla
ssètte pècore e ‘na bbilla,
ll’agnèllo scorticato
che i’ccurato ss’è mmagnato.Povéri condadini,
mmàrtiri de’ Zzignóre,
prima spàrtono da per éssi
po’ spàrtono co’ ppadróne.
Sparts che tt’arìspartes,
la pèjjo parte è dde’ ppadróne.“Tira ggiù la còtta dòminu
che sse vèdono li żżàmboli”.
“Hai fatto bbène a ddillo dòminu,
sinnò s’accorgéva ‘sti villan pulìmbuli”.Padre nòstro bbissi bbissi,
ll’altro ièri te lo dissi,
te lo dissi piano piano,
Padre nòstro quotidiano.Tu ccojjóne che cce l’hai méssi,
tu ccojjóne nun li pijji ppiù,
se li pijja la superióra.
Llàlla làlla làlla
Sant’ Eggidio ‘mprètaci
del bòn Ggesù che ttùrbini
dalle tembèste e ggrandine
tutto sull’Arifùggi.


TIRITERE DILEGGIATIVE SUI NOMI DI PERSONAAlpinòlo
canta e ssòna tutto sólo.Andònio nnemico de lu demònio.Andònio che ccórre cóme un demònio.Andrèa Andrèa Andrèa
sètte zzéppi ‘n culo avéa:
chi ccacciàa e cchi mmettéa,
sèmbre sètte ce l’avéa.“Apollònia, che ffai nu’ scrii e nu’ llèggi?”
“Hò ttando mar de dènti,
s’arràbbiono ccani e zzerpèndi.”Arcà, Arcà,
statte zzitto e num parlà (fiatà).Arcà, Arcà,
che tte pòssino ammazzà
żża żża!”Dice Arcàngelo Pippanéra:
“Tutti mi chjàmono bbaccalà,
faccio ll’amóre co’ la portièra
Tra-lla-llà làllà lallà.”Arvaro piuttòsto corzaro.Biaggio vacce adaggio.Bruna che dell’ago ss’è rrótta la gruna.La sóra Camilla, la sóra Camilla
tutti la vònno e nnessuno la pijja.Cicci che cc’ha i’ ccapélli ricci.Colómba tira su la vèste che sse trómba.Domitilla da la còscia arżilla.Ernèsto spara lèsto.Ernèsto te fa ‘n gulo cóme ‘n ganèstro.Federico sì ddórge cóme ‘n fico.Filomèna,
quanno piscia fa la pièna;
quanno stura la fondana,
Filomèna fa la puttana.Filomèna Filomèna
quanno piscia fa la pièna,
quanno stura la fondana,
pare ‘na vacca maremmana.Filomèna Filomèna
quanno piscia fa la pièna;
se cce fa la tretticata,
Filomèna scompisciata.Filomè Filomè,
vvòjjo stare inzième a tte
su’ zzofà, su’ zzofà
co’ lo żżigo żżigo żżà.Óppi …óppi…Ggiggi co’ li scòppi
va ggiù da’ ffaròcchi,
dijje che la gatta è mmòrta
e cche vvènga su.Tra li gnòcchi e le fico,
ppòro Ggiggi se n’è ito.Ggiggi co’ li carżóni griggi
e lo stoppino ‘n gulo
tira ccargi come ‘m mulo.Ggiovanni Ggiovanni,
co’ li carżóni bbianghi,
co’ lo stoppino ‘n gulo,
scargia come um mulo.Ggiuanni che tte se ‘nghiappétta co’ ttutti i’ ppanni.Ggiuanni che vva a llètto co’ tutti i’ ppanni.Ggismóndo tutto tóndoGrazzia, Grazzièlla e grazzie ar càvolo.Ludovico,
sì ddórge cóme ‘n fico.Luduvico,
sèi dólce cóme ‘n fico,
sèi ‘n véro amico,
che mmiète il cuòr.Maddalèna spòrca pièna
vuòi sposare Ròcco
spòrco più di um pòrco?
Ròcco spòrco più di um pòrco
vuòi sposare Maddalèna
spòrca pièna?
Spegnéte i’ llume
e rradunate tutto vvòstro sudiciume.Maria Maria,
métti la panza (coscia) vicino la mia.Maria dell’arco scuro,
vói fate morì Bbètta de ccuculo.Żżughéte żżù, Mmaria Ggiuanna,
jje s’è rrótta la pisciaròla,
jje la rifacémo una de canna,
żżughéte żżù Mmaria Ggiuanna.Marianna Marianna,
la pippa la canna,
la canna e la pippa,
la sóra Filippa.Mario che sbatte li ggiocherèlli su’ bbinario.Marisa dacce la sisa.Marta fa la sarta,
Chécca la indòssa,
Èro fa la cassa,
cambosandaro
scava la fòssa.Sóra Mènica, òjji è ddoménica e lascece stà.Ppòro Mecuccio se riconzóla,
perchè cc’ha pallóne, ma nun vóla.Menicacci va ggiù mmórgo a ffà li stracci.Nèna che cc’avéa la trippa pièna.Le palle de Noè pésono ‘n ghilo e ttrendatré.Pallòtta ggióine e ffòrte,
è la ttuéggia pù ppuzzolènde de Òrte.Paolino che sbatte le palle su’ ttavolino.Pino stingo fino.Pippo cammina dritto,
sinnò tte métto
su’ ggiornalétto.Pèppe Bbómba,
sòna la trómba,
sòna ttamburo,
dajje ccargi là ppe’ cculo.Renato i’ ccarosino
ha sbattuto
la capòccia ssótto a’ ttavolino.Ppòro Righétto,
l’hanno jjuso
déndro a ccasalétto.Sarvatóre sarva tutti,
sarva ll’ànima de’ ppreciutti,
i’ ppreciutti stanno a ggalla,
Sarvatóre ggiòca a ppalla.Sarvatóre sarva tutti
sarva ll’ànima de ppreciutti,
i’ ppreciutti stanno a ggalla,
Sarvatóre ggiòca a palla.
Sarva pure tu’ sorèlla,
che sse jjama mortadèlla.Susanna tutta panna.Susanna lunga mènza canna.Teresina, famme luce,
che cc’hò ‘na puce nell’orécchjo,
che mme róde i’ ttenerume,
Teresina, damme i’ llume.

TIRITERE DILEGGIATIVE SU NOMI DI PERSONADileggiare indica schernire, deridere, prendere in giro.
Alcuni nomi per la facilità di rima sono bersaglio del dileggio da parte degli altri; spesso si fanno dei collegamenti con gli aspetti fisici e/o caratteriali della persona derisa.
Anche in questo caso possono essere presenti delle espressioni maliziose, a volte anche triviali.
Ciò che è stato raccolto in questa ricerca nel territorio di Orte concernente il dileggio sui nomi di persona, è diffuso in molte parti d’Italia.
CONTE
Bbi-mbu-mbà
llé ggiù.Bbi-mbu-mbà,
pésce fritto e bbaccalà.Bbi-mbu-mbà,
pésce fritto e bbaccalà,
co’ i’zzòrdi de papà
ce ‘nnamo a ‘mbriagà.Passa Paperino
co’ la pippa im bócca,
guai a cchi lo tòcca,
fàtelo passare,
lasciàtelo ripassare,
non lo toccate,
uno ddue ttre,
qué-sta vòr-da tò-cca a tte.Passa Paperino
con la pippa im bócca,
guai a cchi lo tòcca.
L’hai toccato tu?
L’hai toccato tu?
Dai um bacio a cchi vvòi tu.Pommodòro òro òro,
òro òro de bbilangia,
quanti ggiórni sèi stato in Frangia?Sótto la cappa del cammino,
cc’èra ‘n vècchjo condadino,
che ssonava la chitarra,
uno ddue ttre sbarra. (bis)Sótto i’ppónde,
cce stanno tre cónghe,
passa i’llupo, e nu’ le rómbe
passa i’rre co’ la reggina
e ne rómbono ‘na dożżina.Sótto il pónte di Bbaracca,
cc’è Nninì che ffa la cacca,
la fa rróssa vérde e bblù,
èsci fòri prò-pio-tu.
Sótto ppónde di Bbanacca,
c’è Nninì che ffa la cacca,
la fa bbianca e vverdolina,
cc’è ddottór che l’indovina.Sótto il pónte di Bbaracca,
c’è Mmimì che ffa la cacca,
la fa ddura dura dura,
i’ddottóre la misura,
la misura a ttrentatré,
uno ddue ttre, uno ddue ttre.Pónte ponènte ppónte ppì,
ta-ppe ta-ppe ru-ggia,
pónte ponènte ppónte ppì,
ta-ppe ta-ppe rì. (bis)A-mble-mblè
si-cu-tè-ra-mblè,
ttièni um bambolino,
te lo vòjjo dare,
quésta è la cónta dei tre ssoldà.A-mble-mblè
si-cu-dè-re è,
ttièni um mammolì
che tte lo vòjjo dà,
quésta è la cónta di tre ssordà.
A-mble-mblè si-cu-dè-re è,
A-mble-mblè si-cu-dè-re è.A-mble-mblè
si-cu-tè-ra-mblè,
ttièni, um bambolino ti vòglio dare,
quésta è la cónta dei tre ssoldà
quésta è la cónta dei tre ssoldà.
Sargicciòtto mmortadèlla,
èsca fòri la più bbèlla,
la più bbèlla non ci sta,
èsca fòri i’bbaccalà.A-mba-ra-pà cci-ccì cco-ccò,
tre ccivétte (galline) su’ ccomò,
che ffacévono ll’amóre
co’ la fijja (sèrva) de’ ddottóre,
i’ddottóre s’ammalò
a-mba-ra-pà cci-ccì cco-ccò.An-ghi-ngò,
tre ggalline e ttre ccappò,
che ffacévano all’amóre
co’ la fijja de’ ddottóre
I’ddottóre s’ammalò
ambarabà cciccì ccoccò.A-nghi-ngò,
tre ggalline e ttre ccappò,
per annare alla cappèlla
cc’èra ‘na ragazza bbèlla,
che ssonava le venditré
uno ddue e ttre.A-bbi-cci-dì.
il mio gatto mi morì,
mi morì ddi venerdì,
a-bbi-cci-ddì.Hai visto mio mari-to?
“Sì!”
“Di che ccolóre èra vésti-to?”
“Néro”
“Ha-i tu quésto coló-re?”
“Nnò!”
“Quanti sòrdi avéva ’n ta-sca?”
“Ttrènta.”Pimpiripétte nusa
Pimpiripétte pam,
Pimpiripétte nusa
Pimpiripétte pam
Méla méla bblù,
è-sci-tu.Me lavo le mano
pe’ ffà i’bbiscòtto,
pe’ uno, pe’ ddue, pe’ ttre,
pe’ quattro, pe’ ccingue, pe’ ssèi,
pe’ ssètte, pe’ òtto.





GIOCHI DI PALLA E CORDAOlì olì olà …mméla arangio susina bbanana.Movèndomi
stando férma
con um piède
con una mano
lascia bbàttere
fa lo żżìgolo żżàgolo
la ruòta
il mulino
il violino
il zaluto
la cróce.Palla pallina
ddóve sèi stata?
Dalla nonnina.
Ccòsa ti ha ddato?
Una pallina.
Ddóve l’hai méssa?
Nella taschina.
Falla vedére.
Èccola qua.Ggiro ggirotóndo
passando sótto il pónte,
chi salta,
chi bballa
chi ggiòca la palla,
chi sta sull’attènti
chi ffa i compliménti,
chi ddice buòn giórno
ggirandosi attórno,
ggira e riggira
la tèsta mi ggira,
la palla nun ne può ppiù
prènde e ccade ggiù.Ciro Cirónte
la palla ssótto al pónte.
Fai un salto
fanne un altro
fai la giravòlta
con una mano
con due mani
con un piède
con due pièdi
òcchi chiusi
guarda in zu
guarda in giù
la palla non ne può più
prènde e ccade ggiù.Ciro Cirónte
la palla sótto al pónte,
chi bballa
chi salta
chi ggiòca a ppalla,
chi sta sull’attènti
chi fa i compliménti,
chi dda il saluto
girandosi intórno,
pòi ggira e ti riggira
la tèsta ggira.Palla all’ uòvo.
(Non mi muòvo)
Su di un piède.
Con una mano.
(Battimano)
Allo żżìgolo żżàgolo.
Al violino.
(Un bacino)
Tòcco tèrra.
La ritòcco.
Tòcco cuòre.
(Fiorellin d’amóre)All’una mòre la luna
a le ddue mòre i’ bbue
a le tre mòre i’ rre
a le quattro mòre i’ ggatto
a le cingue i’ ccacciatore fa bum bam
a le sèi gamme ‘n groce
a le sètte co’ le bbèlle statuétte.Tamblè de la fanteriè pleudì e seclamè.Tambelè de la fanteliè,
plaudì e sagomè,
pirolétto uno,
pirolétto ddue, pirolétto tre,
alza un piède che ttòcca a tte.

CANTI E CANTILENE PER ACCOMPAGNARE I GIOCHIPpizza ricòtta, Orèste, celèste, bbum!Ppizza, ricòtta, orèste, ccelèste, bbuu!
I’ ggattino fa ccuccù. (bis)
(Il gattino fa bum bum)Im mèżżo a quésto circolo
cc’è ppiandato ‘m bbròccolo. (bis…o ter).“Óh quante bbèlle fijje madama Dorè,
óh quante bbèlle fijje!”
“Me la darébbe una madama Dorè,
me la darébbe una?”
“Che ccòsa ci vuòi fare,
che còsa ci vuòi fare?”
“La vòjjo maritare madama Dorè,
la vòjjo maritare.”
“È bbèlla e mme la tèngo madama Dorè,
è bbèlla e mme la tèngo!”
“La pòrto in un castèllo madama Dorè
la pòrto in un castèllo.”“Óh mmio bbèl castèllo
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndèlla.
Óh mmio bbèl castèllo
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndà.”“È ppiù bbèllo il nòstro
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndèlla.
È ppù bbèllo il nòstro
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndà.”“Nói lo bbrucerémo
Marco ‘ndiro ‘ndiro’ndèlla.
Nói lo bbrucerémo
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndà.”“Nói lo rifarémo
Marco ‘ndiro ‘ndiro’ndèlla.
Nói lo rifarémo
Marco ‘ndiro ‘ndiro ndà.”“Nói rubberémo una piètra
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndèlla.
Nói rubberémo una piètra
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndà.”“Quale piètra rubberéte
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndèlla.
Quale piètra rubberéte
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndà.”“Rubberémo X
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndèlla.
Rubberémo X
Marco ‘ndiro ‘ndiro ‘ndà.”“Ècco X che sse ne va
cco’ ttrecèndo cambanèlle,
una di qua una di llà
ècco X che sse ne va.”“Ssò ’rrivati ll’ambasciatori
sui mónti e su le valli ói-lì ói-là.”
“Che ccòsa vói voléte
sui mónti e su le valli ói-lì ói-là?”
“Nói volémo ‘na regazza ói-lì ói-là.”
“Che rregazza vói voléte ói-lì ói-là.”
“Quésta regazza cóme se jjama ói-lì ói-là?”
“Se jjama X ói-lì ói-là.”
“Quésta regazza non volémo ói-li ói-là.”
“Vi darémo X (altro nome) ói-lì ói-là.”A la pì, a la pà,
alla figlia del gatto pilà
alla latta, alla lattièra
alla figlia de la ciócco-latièra.A la pì a la pà
a la fijja dde’ ggatto pilà.
E quando Pinòtto
avéva le scarpe rótte,
A la pì a la pà
a la fijja dde ggatto pilàStira stiratèlla
ppane e mmortadèlla,
ppane e ssalame
stira combare.“Passéggio passéggio
in quésto giardino.”
“Còsa passeggiate?”
“Per cògliere un fióre.”
“Che fióre?”
“La ròsa.”
“La più bbèlla della città
è X vènga qqua.”La bbèlla lavanderina
che lava i’ ffazzolétti
pe’ tutti i’ ppoverétti
fai ‘n zardo di qqua
fanne ‘n andro de llà
fai ‘na piròtta
falla ‘n’andra vòrda
guarda ‘n zù
guarda ‘n ggiù
dai un bacétto
a cchi vvòi tu.La bbèlla lavanderina
che lava i fazzolétti
per i poverétti della ccittà.
Fai un salto, fanne un altro,
fai la giravòlta,
falla un’altra vòlta.
Guarda in zu, guarda in ggiù.
Ddai un bacio a cchi vuòi tu.Óh Maria Ggiulia
da dóve sèi venuta?
Fai un salto,
fanne ‘n andro,
fai ‘na ggiravòlta
falla ‘n’andra vòlta.
Arża ll’òcchi a’ ccèlo,
guarda ‘n zù, guarda ‘n giù,
dai ‘m bàcio a cchi vvòi tu.Addio mièi ggiórni trascórzi
óh vvilla Pingiana ti dévo lascià,
ormai la colònia è ffinita
e abbiamo finito così di ggiocà.
a Òrte andrò, fuòri di qui
la merènda squisita quassù
non la pòsso scordare mai più.“Fornara fornarìcchia è ccòtto i’ ppane?”
“È mmèżżo còtto e mmèżżo bbruciato.”
“Chi l’ha bbruciato?”
“L’ha bbruciato X.”
“Pòro X ingadenado co’ ccèndo cadéne,
patisci le péne, patisci le péne.”Ròsa rosèlla
la ròsa è fiorita
bianca è la ròsa
in mèżżo alle viòle
fate la riverènza a cchi voléte vói. (bis)
X éntra in ballo
ci éntra sènza fallo,
falla ballà falla ballà
se non ti piace lasciala stà.
X èsce al ballo
cci èsce sènza fallo,
falla ballà falla ballà
se non ti piace lasciala stà.La solitudine si déve fuggir
si déve fuggir,
sólo tra compagne si può gioire,
sólo tra compagne si può gioire.
Scégli una bimba che sappia ballar
che sappia ballar,
scégli una bimba che sappia ballare.
Lallalaralla larallallallà.Palazzo palazzo vérgine
che gli angéli ci sònano
se X rigirasse
e l’angélo l’abbracciasse.“Tórre mia tórre
ddévi èssere abbattuta.”
“Ricorrerò ricorrerò
al re del Bèlgio.”
“Re, mio re
mi inginòcchio ai vòstri piè.”
“Ò cavaliè o capitan
che còsa desiderate?”
“Un soldà per distruggere la tór.”“Topolino topolino
ccòsa fai nel mio giardino?”
“Mangio la méla”
“E se io ti acchiappo?”
“Io scappo.”“Mazzabbubbù
quante còrna stanno quassù?”
“Tre.”
“Si ddicévi quattro, nun penavi tanto!”
“Mazzabbubbù quante còrna stanno quassù?”“Al cucuzzaro mio màncono cinque cucuzze.”
“Perché cinque cucuzze?”
“Quante sennò?”
“Tutto cucuzzaro.”
“Perché tutto cucuzzaro?”
“Quante sennò?”Reggina regginèlla
quandi passi ddévo fare
pe’ arrivare al tuo castèllo
co’ la féde e ccó’ ll’anèllo,
co’ la punta de’ ccortèllo?Uno ddue ttre stélla.Stréga comanda: colór colór….Zzi’ frate cappuccì
sta a’ llètto pe’ mmorì
cce vòle ll’accqua sanda
pe’ ffallo rinvenì.“Céncio mmòllo vène a vvói.”
“Lasciatelo venire.”
“Se vvói rideréte se vvói bburleréte,
céncio mmòllo abbaceréte.”
“Io non riderò, io non burlerò
céncio mmòllo nun abbacerò.”Vado a Ggerusalèmme sènza ride e sènza piagne.Nélla ccittà di Ggènova,
cc’è una ragazza bbèlla
I’ rre che ll’ha saputo
la vuòle andar a vedére
e si vestì da pòvero
con un mandèllo rósso
bussando a quélla pòrta
tutti i sordati in ppiè.
Evviva la reggina, evviva la reggina
Evviva la reggina che spòsa i’ nnòstro re.La formicuzza in un campo de lino
cchiése a’ ggrillo de daje un filino.
Disse i’ ggrillo: “Che ccòsa ne vuòi fare?”
“Ccalze e ccamicia che mi vòglio maritare.”
Larinciunferalillalléro larinciuferalillallà.
Disse ggrillo: “Lo spòso sarò io!”
La formicuzza: “Sóno contènta anch’io.”
Larinciunferalillalléro larinciuferalillallà
Èrano in cchiésa per ddarsi ll’anéllo,
il ggrillo cadde e si ruppe ccervèllo.
Larinciunferalillalléro larinciuferalillallà.Cc’èra un grillo in un campo di lino
la formicuzza gliéne cchièse un filino.
Disse il grillo: “Che ccòsa ci vuòi fare?”
“Ccalze e ccamice mi vòglio maritare.”
“Lo spòso sóno io!” Disse il grillo.
La formica: “Sòn contènta anch’io.”
Vanno in chièsa per darsi l’anèllo,
cade il grillo e si róppe il cervèllo,
la formicuzza dal gran dolóre
alzò la zzambétta e si trafisse il cuòre.Cc’èra un grillo in un campo di lino
la formicuzza ne chièse un pochino.
Larincinferarillalléro larinciunferarillallà.
Disse lo grillo: “Che ccòsa ne vuòi fare?”
“Ccalze e ccamice mi vòglio maritare.”
Larincinferarillalléro larinciunferarillallà.
Disse lo grillo: “Lo spòso sarò io.”
La formicuzza “Sono condènta anch’io!”
Larincinferarillalléro larinciunferarillallà.
Viène fissato il giórno delle nòzze,
un fico sécco e ddue castagne ccòtte.
Larincinferarillalléro larinciunferarillallà.
Èran in chièsa e si mettéan l’anèllo
il grillo cadde gli si spaccò il cervèllo.
Larincinferarillalléro larinciunferarillallà.
La formicuzza dal gran dolóre impazza:
Spòsa di frésco si ritrovò ragazza!
Larincinferarillallero larinciunferarillallà.
La formicuzza per il gran dolóre,
prése uno spillo se lo ficcò nel cuòre.
Larincinferarillalléro larinciunferarillallà.Le formiche in un campo de riso
sèntono dì che i’ ggrillo sta in paradiso.
Quattro ggrillini vestiti de néro
pòrtono i’ ggrillo a’ ccimitèro
quattro formiche vestite de bbianco
pòrtano la formica a’ ccamposanto.La formicuzza in un campo di grano
ggira la carta e ttròva il villano.
Il villano che żappa la tèrra
ggira la carta e tròva la guèrra
e la guèrra con tanti soldati
ggira la carta e tròva i malati.
I malati con tanto dolóre
ggira la carta e tròva il dottóre,
il dottóre che ffa le ricètte
ggira la carta e tròva lisétte
le lisétte che filano il lino
ggira la carta e tròva Arlecchino,
Arlecchino che salta e cche balla
ggira la carta e tròva farfalla,
la farfalla con tanti colóri
ggira la carta e tròva i signóri
i signóri che vanno in braccétto
ggira la carta e tròva il gallétto
il gallétto che fa chicchirichì
mósche (o altro) a chi sta a sendì.Tticche tticche ttà
Tticche tticche ttà
Èro in bottéga
ticche ticche ttà
e rrubbacchiavo
ticche tticche ttà
ma non penzavo
tticche tticche ttà
alla priggióne
tticche tticche ttà.
Ma un brutto ggiórno
tticche tticche ttà
la polizzia
tticche tticche ttà
mi portò vvia
tticche tticche ttà
da casa mia
Tticche ticche ttà.
Ma io furbóne
tticche tticche ttà
prési un bastóne
tticche tticche ttà
e gliélo diédi
tticche tticche ttà
sul zuo testóne
tticche tticche ttà.
Èra un melóne
tticche tticche ttà
e lo mangiai
tticche tticche ttà
per colazzióne
tticche tticche ttà.
Ma quel melóne
Tticche tticche ttà
facéva schifo
Tticche tticche ttà
e il ggiórno dòpo
tticche tticche ttà
mi vénne il tifo
Tticche tticche ttà.Stavo in bottéga
żżighe żżighe żżà
e lavoravo
żżighe żżighe żżà
e non penzavo
żżigheżighe żżà
alla priggióne
żżighe zżighe żżà
vénne un zoldato
żżighe żżighe żżà
di fanteria
żżighe żżighe żżà
mi prése il nòme
e mi porto' vvia.
Ho ssétte figli
Żżighe żżighe żżà
da mantenére
żżighe żżighe żżà
lasciami stare
żżighe żżighe żżà
a lavorà.Quésta è la sèdia de’ ppapa
cchi cce piscia e cchi cce caca.Fantésca
Rivivirì, signóri,
io sò quélla żżitèlla,
che nun zò tando bbrutta
mmango bbèlla.
Ho ggirato, pe’ tutto lo mónno
ho camminato,
nessuno m’ha accettato
pe’ ffantésca.
Io me chiamo fantésca
perché sò bbèn cucinà,
lo lètto lo sò ffà bbiango
e ppolito.
Sò mmétte su lo spido
la carne de vitèlla,
sò ffà su la gratèlla
le braciòle.
Signó’ se mmi voléte
pe’ qquattro scudi a’ mmése,
pe’ qquattro scudi a’ mmése
e vvestiménto.
Io butto la cassétta
e sciacquo l’orinale,
scópo càmmere e ssale
accènno i’ ffòco.
Però, si cce sta i’ ccòco,
che mme pòzzi aiutà,
sò ffà pure a mmagnà
li pasticcétti.
Signó, se me voléte
ppe’ qquatro scudi a’ mmése,
ppe’ qquattro scudi a mmése
e vvestiménto.
Farémo lo struménto
a mmano de notaro
e ogni mése ‘m paro
de pianèlle.Fantesca (2)
“Ddóve vai ddóve vai
bbèlla fantésca?”(bis)
“Vado a pprènder ll’acqua
per bére e cucinar.” (bis)
“Mi darésti mi darèsti un bbichièr d’acqua?”(bis)
“Non ho né cchicchi, né piatti, né bbicchièr,
pér dar da bbére a llèi cavalièr!”(bis)
“Mi attaccherò mi attaccherò alla sua brocchétta!”(bis)
“Oh cche ggusto o cche piacér dar da bére a
lèi cavalièr!”(bis)
“Mónta sul mio cavallo, ti porterò al castèl!” (bis)
“Sò ttròppo piccolina, l’amór non lo sò far!” (bis)














CANTI E CANTILENE PER ACCOMPAGNARE ALTRI GIOCHISpesso i giochi sono accompagnati con canti e cantilene dai bambini, fungendo da supporto allo svolgimento del gioco stesso. Come già detto, in precedenza, esiste una interscambiabilità delle cantilene o dei canti i quali possono venir usati per più giochi (conte, pallamuro ecc.).
Alcuni esposti in questo capitolo, possono essere presenti e/o registrati anche per altri giochi o non presenti perché catalogati in modo diverso, tale aspetto riguarda che gli informatori intervistati identificavano la cantilena come appartenente a quel determinato gioco.

CANZONI A LA ROVÈSCIAÈ a la rovèscia quésto fatto
si tte lo dico è ttròppo curióso:
‘Na matina m’ arżai cch’ èra fèsta
prési la sùbbia e me ne andai a vangare,
(co’ la sùbbia se vanga?!)
ma pe’ la strada me ‘ngondrai ‘na quèrcia
oddio quante nèspola ce magnai,
me ce ‘cchjiappò ppadrone de le cucuzze
e mme disse: “Lascia fa’ le pèrzica mie.”
Zitta vècchja nun sai che ddici
chi tte ttòcca le tue radici?Io sò ‘na canzóne all’arovèscio
ma a ddritto la vòjjo candà.
Mm’arżai ‘na matina ch’èra de fèsta
prési la sùbbia e me ne annai a vangà.
Me véde i’ ppadrone de quélle pére,
chi l’ha magnate le pèrziche mie?
Accidènti a cchi te lo dice
chi ha magnato le tue radice?Sapéo ‘na canzóna all’arivèrzo
perchè a ddritto nu la sò candà.
Me rizzai la matina ma èra séra
de llì sull’ùscio me ne annai a vvangà.
S’affaccia i’ ppadróne:
“Lassa stà le cipólle e ppijja le péra.”
“Ma io co’ ‘sti finòcchi che cce faccio?
Che magno le cipólle che vvédo co’ ll’òcchj?
CANZONE A LA ROVÈSCIALe canzoni alla rovescia, all’inverso, conosciute anche come canzoni al contrario sono molto diffuse in tutta Italia e a livello internazionale, rilevata da M. Arduini anche in Scozia:
“One fine day in the middle of the night
Two dead men got up to fight
Back in back they faced each other
Drew their swords and shot each other.”
(Un bel giorno nel cuore della notte
Due uomini morti si levarono a combattere
Schiena contro schiena si fronteggiarono l’un l’altro
Estrassero le spade e si spararono a vicenda.)Lo stesso autore fa una disamina molto approfondita facendo riferimento a Giuseppe Cocchiara e ad alcune cantilene rilevate in varie parti d’Italia.
Scrive Cocchiara:
“Dai popoli primitivi ai Sumeri e agli Egiziani la rappresentazione di un mondo capovolto è dettata da esigenze letterarie, artistiche e sociali, ma soprattutto da speranze e motivi religiosi che nelle veste del mito tendono a riconoscere e ad auspicare un ordine del mondo eguale e simile all’ ordine divino.”
Queste canzoni venivano cantate come intrattenimento per i bambini, e fanno parte della tradizione orale, sono usate però anche in altri contesti ad esempio come accompagnamento della danza veneziana, registrata in riferimento a questo utilizzo a Pian degli Ontani frazione di Abetone Cutigliano (Pistoia):E l’ho ben visto scrivere un polledroE l’ho ben visto scrivere un polledro,
e l’ho ben visto scrivere un polledro;
e l’ho ben visto scrivere un polledro
un par di boi montà su per un pero.Un par di boi montà su per un pero,
un par di boi montà su per un pero;
un par di boi montà su per un pero
coglie’ le pere e non troncà le rame.Viva Venezia viva Veneziana,
viva Venezia viva Veneziana;
viva Venezia viva Veneziana
viva Santa Maria di Gavinana.Registrata a Pistoia come “Scantinfrottola”“Vile sciagurato,
tu m'hai mangiato tutto
lo zucchero salato.
Al cimiter dei vivi
vai tra la tua gente
vile innocente!”
L’incipit è spesso “Conosco una canzone al contrario” con le varianti dialettali, nei testi sono presenti delle contraddizioni molto forti tali da negare subito dopo l’affermazione precedente.
Presenti in varie parti del Lazio, a Roma alla fine degli anni ‘60 del 900 nella zona di san Basilio era presente e diffusa tra i ragazzi la presente canzoncina:“Mi alzai una mattina che era sera,
me ne andai in campagna,
me sedetti su un gròsso sassolino di legno,
vidi un melo, salii su quel pero,
mangiai tante banane che feci l’indigestione di ciliegie.
Vidi un contadino che seminava patate,
mi tirò una cipolla all’occhio
che mi fece male al ginocchio.
Io dal coraggio e dalla paura
mi nascosi in grotta chiara e scura.”Conosciuta anche in Toscana, con varie versione eccone una della zona di Siena:
“Sapevo una canzone alla rovescia
alla dritta non la so cantare,
mi levai ‘na mattina era di festa,
presi una falce e me ne andai a vangare;
di sull’uscio montai sopra una quercia
e li cerasi principiai a mangiare.
Venne fuori il padron di quelle sorbe
e disse: “Lascia star le mie cipolle!”
Avessi tanti occhi e tanto fiato
quanto delle tu’ noci t’ho magnato!
Avessi tanto fiato e tanti occhi
quanto t’ho mangiato io de’ to’ finocchi.”
Nella vicina Umbria rilevata ancora dal Cocchiara:
“Vo’ canta ‘na canzona a la riversa
‘n se sa quanto la vojo arinversare
me parto ‘na mattina dì de festa
pijo la vanga e me ne vo a vangare:
vo per la strada e ancontro ‘n cerro secco
o Dio! Le gran cerase che magnai.
Ancontro lo padrone de còl pero
e disse ch’eo magnate le su’ fave.
A la ricolta arcolsi li fagioli
li portai sulla piazza a far denari;
quanno che sciolsi ‘l sacco erano càoli.
Vado su casa per fànne ‘n caldaro
quanno che sciolsi ‘l sacco l’era grano.
Vo giù al mulino pe’ fa’ la farina
quanno che sciolsi ‘l sacco era ‘n prosciutto.
Vado de sotta a tajarne ‘na fetta
quanno che sciolsi ‘l sacco era veccia.
Vado de sopra per dàlla a piccioni
quanno che sciolsi ‘l sacco era carboni.
Vado de sopra a buttallo sul foco
quanno che sciolsi ‘l sacco arrestò vuoto.”In Puglie nel Salento sono cantate anche durante la manifestazione “La notte della Taranta”, eccone una versione:“Ieu sacciu ‘na canzune alla ruvescia
alla ruvescia la vosi cantare.
M’azzu la mmane e luciscu festa
pìju la zappa e cumenzu a jentulare
annanzi truai ‘n’arburu de sammucu
addhrai nci ‘ncosi li beddhri culummi
rispuse la patruna de ddhra susu:
addhru’ l’hai ‘ncote ddhre belle cirase?
Me minau na petra me cose ‘llu musu
me cuminciau ‘ssire sangu de lu iddhricu
me mina la tuvaja cu me stusciu
me stusciu lu musu e lu carcagnu
lu iddhricu lassai minannu sangu.”
(Conosco una canzone alla rovescia
alla rovescia la voglio cantare.
Mi alzo al mattino e per me è sempre un giorno di festa
prendo la zappa e comincio a sventolare il grano
davanti mi trovai un albero di sambuco
e da li raccolsi dei bei fichi neri
mi chiese la padrona dall’albero:
dove hai raccolto quelle belle ciliege?
Mi tirò una pietra che mi colpì il muso
e cominciò a uscirmi sangue dall’ombelico
mi butta una tovaglia per pulirmi
mi pulisco il muso e il calcagno
invece lascio l’ombelico che sanguinava.)Registrate in varie parti dell’area sub cimina, nei paesi limitrofi è stata rilevata una canzone a Vasanello dallo stesso Arduini.“A la mattina mi arzo ora di vespro
Pijo la subbia e me ne vo a vangane
Davanti me se fece ‘na pianta de gnèspoli
Oddio quante cerasa ce magnai
Venne i’ ppadrone e me disse che ffai?
Chi tte l’ha còrde le circadèi
Io me ne vado tutt’ imbrescia imbrescia
Trovo babbo sotto ‘na canestra
Vado giranno pe’ lo vicinato
Fate li maccarò che babbo è nato.”





Piazza del Plebiscito
I’ MMUNICIPIO BBÉTTOLE OSTERIE E FRASCHÉTTEIl municipio rappresenta nell’età moderna, l’edificio destinato a esser sede degli uffici di un’amministrazione comunale, nonché dell’aula per le sedute del consiglio.
Presso il municipio, veniva esercitata anche in passato l’attività della pretura, la quale a Orte è stata in funzione dal 1872 al 1964. Molti sono gli aspetti popolari comici e curiosi che si osservavano nella pretura dove a volte c’era un processo per il furto di galline o di verdura.
I’ CCASI DE LA PRETURAA la pretura allóra, se diriméono sèmbre le quistióni de’ cconvini, ‘ste còse qqui e, quarche ttipo de rubberìa.
‘Nzómma èra succèsso che Brènno… così se jjamàa, avéa rubbato da ‘n vicino de cambo, i’ccarciòfini.
Ce fu pprocèsso davandi a’ ppretóre e ‘sto Brènno lo difennéva ll’ avvocato Pasquinangeli.
Allóra de’ fòra se mettéttero d’accòrdo e ll’ avvocato jje fa:
“Sèndi Brènno… quando io farò la requisitoria davanti al Pretore, aho mettémoce d’accordo, io jje dirò ‘nzómma che ttu hai aggito pe’ mmotivi così… nu’ lo volevi fare… sei ‘na perzóna semplice, l’hai fatto anche sènza malizzia”.
Vanno davanti a’ Ppretore.
Allóra ll’avvocato fa: “Signor pretore, allora qui abbiamo Brènno, accusato d’avé rubbato. Dobbiamo capire insomma… a parte che la situazione è quella che è… ma poi è una persona semplice… è una persona… un pò leggera, superficiale.”
Allóra i’ ppretóre: “Signor Brènno allora come dice l’avvocato lei è un po’ sciocco?”
Brènno: “Io? Nnò nnò nnò. Sór ppretóre tésto lo dice l’avvocato, ma mmango pe’ gnènde.”
Il Pretore: “Avvocato Pasquinangeli… ma…”
L’avvocato: “Signor pretore… ce siamo messi d’accordo fuori, mo se ddice così… la risposta più plausibile è che, se non era scemo non diceva così!”Alla pretura allora, si dirimevano sempre le questioni dei confini, queste cose qui e, qualche tipo di ruberia.
Insomma era successo che Brenno… così si chiamava, aveva rubato da un vicino di campo, i carciofi.
Ci fu il processo davanti al pretore, e Brenno lo difendeva l’avvocato Pasquinangeli.
Allora fuori si misero d’accordo e l’avvocato gli dice:
“Senti Brenno, quando io farò la requisitoria davanti al pretore, aho, mettiamoci d’accordo, io gli dirò insomma che tu hai agito per motivi così, ma non lo volevi fare… sei una persona semplice l’hai fatto anche senza malizia.”
Vanno davanti al pretore.
Allora l’avvocato dice: “Signor pretore, allora qui abbiamo Brenno accusato di aver rubato. Dobbiamo capire insomma… a parte la situazione è quella che è… ma poi è una persona semplice… è una persona… un po’ leggera, superficiale.”
Allora il pretore: “Signor Brenno, allora come dice l’avvocato lei è un po’ sciocco?”
“Io? No, no, no. Signor pretore questo lo dice l’avvocato, ma neanche per niente.”
Il pretore: “Avvocato Pasquinangeli… ma…”
L’avvocato: “Signor pretore, ci siamo messi d’accordo fuori, ora se dice così… la risposta più plausibile è che se non era scemo non diceva così.”IIBbagascióne ‘n giórno litigò nu’ mme aricòrdo bbè’ sì ppe’ la polìdica o ppe’ andro co’ ‘n andro cristiano. Se menòrno e Bbagascióne essènno granne e ggròsso, co’ ‘n cazzottóne su’ mmuso jje cacciò ddu’ dèndi. Ce fu i’ pprocèsso ‘m pretura e Bbagascióne èra diféso dall’ avvocado Pasquinangeli. Dòppo avé sendido l’accusa e la difèsa, i’ ggiudice sendenziò:
“L’ imputato Olimpieri Orlando, è riconosciuto colpevole del reato di percosse e di procurato danno, viene pertanto condannato a due mesi (condonati) e al pagamento delle spese odontoiatriche.”
Bbagascióne che nun avéa capito gnènde dimannò all’avvocado:
“Che ha ditto i’ ppretóre?”
L’avvocado jje spiegò ‘n dialétto:
“I’ ppretore ha ditto che ssite corpévole e cche éte da rimétta’ i’ ddèndi a ‘sto Cristiano ch’ éte marmenato.”
Allóra Bbagascióne: “Sór pretóre mi’, sai che vve saccio dine? Bbagascióne i’ ddèndi li sa cacciàne ma nu’ li sa rimétta’.”
Ill’ avvocado jje spiegatte a Bbagascióne che doéa pagà le spése pe’ rimétta’ i’ ddèndi.
Allóra ésso (Bbagascióne) dicétte a’ ppretóre:
“Io nun cc’ajo ‘na, lira pòzzo paga co’ le medajje de’ ppòro Venanzio.”Bagascione un giorno litigò non mi ricordo bene se per la politica o per altro con un’altra persona. Si picchiarono e Bagascione essendo grande e grosso, con un pugno sul viso gli ruppe due denti. Ci fu il processo in pretura e, Bagascione era difeso dall’avvocato Pasquinangeli. Dopo aver sentito l’accusa e la difesa il giudice sentenziò:
“L’imputato Olimpieri Orlando, è riconosciuto colpevole del reato di percosse e di procurato danno, viene pertanto condannato a due mesi (condonati) e al pagamento delle spese odontoiatriche.”
Bagascione che non aveva capito niente domandò all’avvocato:
“Cosa ha detto il pretore?”
L’avvocato gli spiegò in dialetto:
“Il pretore ha detto che siete colpevole e dovete rimettere i denti a questa persona che avete malmenato.”
Allora Bagascione:
“Signor pretore mio sai cosa vi so dire? Bagascione i denti li sa cacciare ma non li sa rimettere.”
L’avvocato spiegò a Bagascione che doveva pagare per rimettere i denti.
Allora Bagascione disse al pretore:
“Io non ho una lira, posso pagare con le medaglie del povero Venanzio.”IIIC’èra ‘n òmmino dréndo Orte che se jamàa pe’ soprannome Ciolétta. Tésto èra pure ‘m bò scemétto. A Orte prima c’èra la Pretura, allóra quanno che cc’èra quarcòsa che nu’ annava, pure sì rrubbai le galline a la fine ‘nnavi davandi a’ ppretóre sì te denugiaono.
‘Sto Ciolétta ha rubbato m póllo o ‘na ggallina e fenìsce che vva davandi a’ ppretóre. Allóra ppretóre dòppo avé accertato che ésso éva rubbato, jje disse:
“Signor Cioletta, avete sporcato le carte.”
Ésso arisponnétte: “Sór preto’ io non saccio ne llèggia’ né scria’, cóme ajo fatto a sporcà le carte si io le carte nu’ l’ajjo viste mai?” (Santori Ildo)C’era un uomo dentro Orte che si chiamva per soprannome Cioletta. Questi era pure un po’ sciocco. A Orte prima c’era la pretura, allora quando c’era qualcosa che non andava, anche se rubavi le galline, alla fine andavi davanti al pretore seti denunciavano.
Questi ha rubato un pollo o una gallina e finisce che va davanti al pretore.
Allora il pretore dopo aver accertato che lui aveva rubato, gli disse:
“Signor Cioletta, avete sporcato le carte.”
Lui rispose: “Signor pretore, io non so né leggere né scrivere, come ho fatto a sporcare le carte se io le carte non l’ho viste mai?”

BETTOLE OSTERIE E FRASCHETTE
Il vinoOsterie e fraschette.
Fino a circa la metà del secolo scorzo, erano diffuse le osterie e le fraschette .
Ne ricordiamo alcune: “Il Cacciatore” bettola vicino alla chiesa di San Francesco; “Fraschetta Perini” nella Marca; “Fraschetta Sconocchia” piazza delle Erbe; “Frasca di Mariantonia”, madre di don Ferruccio Riccardi in via Giordano Bruno; “Bettola di Luigia” moglie di Leo Ricci, poi gestita da Barberano (D’Alberto Serafino e moglie); *“Bettola di Evaso Bellioni” *in piazza della Libertà (ora forno Pizzichini); “Bettola Copatria” Palazzo Roberteschi, “Bettola Colombo”, nello spiazzo Tròjo; “Frasca Gilberto Rossi” contrada San Sebastiano (Informazioni avute da Lelio Rossi)
Venivano chiamate così, per via delle frasche spesso di alloro, che venivano messe fuori alle cantine per segnalare la possibilità di consumare il vino novello, a volte accompagnato ma non sempre da qualcosa da mangiare. Le fraschette erano aperte solo per un breve periodo durante l’anno.
Nelle osterie aperte tutto l’anno, si mangiava, si beveva e si giocava dopo il lavoro.
Spesso nelle osterie si dicevano stornelli e strofette narrative per burlare o schernire qualcuno.CollaroMétti métti i’vvino, i’ ccollaro nu lo pòrtono ppiù mango i’ pprèti.
Versa versa il vino, il collare non lo portano più neanche i preti.Pingaròlo‘Na regazzétta svendata èra ‘n candina a spillà la bbótte.
Ingominiciò a fandasticà e ddicéa cósì:
“Io me mariterò, farò ‘m bèr fijjòlo, jje metterò nòme Pingaròlo.
Si Ppingaròlo me morìsse, chi ssarébbe quélla madre che nun piagnésse? Pòro Pingaròlo mio!!!”
Ma mméntre piagnéa i’ ffijjo che nun c’éa, i’ vvino jje annava fòri da’ bbrocchétto.
Una ragazzetta sventata era in cantina a spillare la botte.
Iniziò a fantasticare e diceva così:
“Io mi mariterò, farò un bel figliolo, gli metterò nome Pingaròlo.
Se Pingaròlo mi morisse, chi sarebbe quella madre che non piangerebbe?
Povero Pingaròlo mio!!!”
Ma mentre piangeva il figlio che non aveva, il vino andava fuori dalla brocchetta.‘M provèrbioNun zò si t’ajjo mai ditto de la furbizzia fatta da’ pprovèrbio de le nòstre nònne. Cóme pòi sapé a’ ttèmbo de prima l’ òmmini ‘nnàvono da le bbéttole e quanno aritornàvono èrono guasi sèmbre ‘mbriaghi e non tando gendili. Pe’ ttésto le fémmine dicéono ‘sta strofétta:
“Si vvène allegrétto, arimango co’ ésso, si vvène arrabbiato ggià ajjo magnato.”
Non so se ti ho mai detto della furbizia di un proverbio delle nostre nonne. Come puoi sapere al tempo di prima gli uomini andavano nelle bettole e quando tornavano erano quasi sempre ubriachi e non tanto gentili. Per questo le donne dicevano questa strofetta:
“Se viene allegretto, rimango con lui, se viene arrabbiato già ho mangiato.”POESIA:
‘Gni vòrda che caccio vvino e fò ‘n goccetto
me compare a cavallo de la botte
‘m pantasimo bianco, piccoletto
che me le dice quattro crude e cotte.
“Smetti de beve, vai pe’ la discesa,
dòppo nun te guarisce manco un mago.
Trabballi come llume de la chjèsa
sembri un fantòccio mosso co’ lo spago.
Mettece un freno su sta cavoletta!
Un bicchjère de vino a ppranzo e ccena.
Ma tu non te condèndi sor fojjetta
Ddu’ litri a’ ggiorno e poi fai l’ardalèna”.
(E. Zuppante)STORNELLIDdici che cc’hai vvino bbòno
e sémbra ‘na rométta,
ma pe’ rifatte la bbócca,
hai da bbéve quéllo de la fraschétta.
Dici che hai il vino buono
e sembra una rometta,
ma per rifarti la bocca,
devi bere quello della fraschetta.Fióre de pépe,
si la fijja vòstra nu’ mme date,
io ve la rrubbo e vvói piagnéte.
Fiore di pepe,
se la vostra figlia non mi date,
io ve la rubo e voi piangete.. Déndro de lu pètto mio cc’è una nave,
con i’ ccapélli tui fèrmo le véle,
e cco’ le làgrime mie ll’acqua di mare.
Dentro al petto mio c’è una nave,
con i capelli tuoi fermo le vele,
e con le lacrime mie l’acqua di mare.Im mèżżo a’mmare c’èra ‘na colònna,
quattòrdici notari a’ ttavolino
scrivéan le bbellézze de ‘na dònna.
In mezzo al mare c’era una colonna,
quattordici notai al tavolino
scrivevano le bellezze di una donna.Amóre mio de zzùcchero,
pijja ‘sto còre e abbràcciolo,
quanno te dico “Làsciolo!”,
tu strìgnelo de ppiù.
(quartina)
Amore mio di zucchero,
prendi questo cuore e abbraccialo,
quando ti dico “Lascialo!”,
tu stringilo di più.Fiór de faciòli,
me potévi amà quanno m’avévi,
chjudi la stalla mo che ssò scappati i’ bbòvi.
Fiore di fagioli,
mi potevi amare quando mi avevi,
chiudi sta stalla ora che sono scappati i buoi.
Moriammazzato vvècchjo amanto,
io cóme t’hò ccombrato t’arivénto,
e nun c’hò ffatto ‘n zòrdo de guadambio.
(Vai) a morire ammazzato, vecchio amante,
io come ti ho comprato ti rivendo,
e non ho fatto un soldo di guadagno.Garofanétto che ccrésci addòsso a’ mmuro,
hai fatto bbène, amóre, che mm’hai lassato,
tando te trattavo come rrifiuto.
Garofanino che cresci addosso al muro,
hai fatto bene, amore, che mi hai lasciato,
tanto ti trattavo come rifiuto.Le fémmine de via Teverina,
sì nu’ llìtigono la séra, lo fanno la madina.
(distico di valore blasonico)
Le donne di via Teverina,
se non litigano la sera, lo fanno la mattina.
GGIRO GGIRO TONDO CAVALLO ‘MBERATÓNDO
Folklore infantile orale ortano

Disegni di Giancarlo Ghergo
Spartiti musicali di Tiziana Barbierato
FOLK INFANTILEGGIRO GGIRO TONDONon suona delicato il dialetto, se vi cechiamo una piacevole musicalità, un equilibrio attento della composizione, ma qui ci sono regalati altri tesori, e non da meno! L’espressione del popolo, narratore e protagonista, è il balbettio di un bambino, che non ha imparato ancora la lingua meterna.
Poiché un tempo, nelle nostre zone rurali, erano presto dei piccoli uomini, che dovevano aiutare nei campi e andavano se fortunati, a scuola qualche breve anno per “leggere scrivere e far di conto”. Un’esistenza faticosa li aspettava, molto prima che si forgiassero come adulti. Ma la pari di uno scrigno, il mondo pur sempre magico dell’infanzia si conservava nitido nella memoria. Nei piccoli centri, tali ricordi erano individuali e collettivi, saldo legame tra coetanei e generazioni successive, ancoraggio rassicurante alla terra natia. L’individuo non era solo, era parte: il suo “io” per natura diventava “noi”.Prof. ssa Anna Maria Mazzoni

NINNE NANNENinna nanna ninna-ò
questo bimbo a cchi lo dò,
lo daremo a la Bbefana
che lo tène ‘na settimana,
lo daremo a Bbarbablù
che lo prende e no ce lo dà ppiù.Ninna-ò, ninna-ò,
che pazziènza che cce vò;
ninna popò, ninna popò,
che pazziènza che cce vò.Ninna nanna ninna-ò
questo bimbo a chi lo do
lo darò alla signora
che lo tène solo un’ora,
lo darò a la Befana
che lo tène ‘na settimana,
lo darò al lupo nero
che lo tiene un anno intèro,
lo darò alla sua mamma
che gli canta la ninna nanna.Fa’ la nanna, pupo bbióndo,
mmamma tua te cucirà
un vestito turchinèllo
tutto pièno de volà.
Mentre ‘m passero cinquétta,
un gerano sboccerà,
sulla porta avanza ‘n cèco,
cchi sarà?
È ppapà che è rritornato.Fate la ninna ch’è ppassato Pèppe,
l’hò cconosciuto da la camminata,
portava le scarpette de le fèste
fate la ninna ch’è ppassato Pèppe.Ninna nanna sei e vvénti
i’bbambino métte i’ ddènti
e ne métte ‘na dozzina
tra stasera e domattina.
Ninna nanna sètte e vvénti
i’ ffijo mio s’ addorménti
s’ addorménti e fa un bel sònno
e se sveja demani a ggiórno.
Fai la ninna fai la nanna
fijja bbèlla de la mamma,
bbolli bbolli pentolina,
fai la pappa a la bambina.
La rimèscola la mamma
mentre la fijja fa la nanna,
fa la nanna ggiòja mia,
sinnò la pappa scappa via.Fate la nanna coscine di pollo
che la mamma v’ha fatto ‘n gonnèllo,
ve l’ ha fatto co’ ffilo dorato
che ha mercato ha combrato
ninna nanna ninna-ò.

È antichissima la consuetudine di cantare la ninna nanna accompagnata da movimenti cullanti per far addormentare i bimbi.
Fu Teocrito da Siracusa (Siracusa 315 a. C. – 260 a. C.) a mettere per iscritto la prima ninna nanna in uno dei suoi idilli.
Le ninne nanne si delineano come uno specifico genere letterario e musicale, dalla struttura di nenia cantilenante, ma con specifiche modalità di esecuzione.
È cantata dai genitori, ma ovviamente è di gestione prevalentemente femminile, intonato dalla madre o da altre figure femminili (nonna, zia, figlia maggiore).

I MOVIMENTI DEL CORPOPumbara pumbara
ecco papà che vène dall’ara
co’ la zappa e cco’ la pala
pumbara pumbara.Bbùttolo via bbùttolo via,
ggiù ppe’ le scale de sanda Maria.
Bbùttolo via bùttolo via,
ce sta ‘na bbèlla pizzicheria.Cavallino arrò arrò
ppijja la bbiada che te dò
ppijja i’ fferri che te metto
pe’ annà a san Francesco
a san Francesco cc’è ‘na via
che tte porta a ccasa mia
a ccasa mia c’è ‘na vecchietta
sanda Bbarbara benedetta.Centocinquanta
la gallina canta
lasciala cantà
che ssi vòle marità
démogli ccipolla
ccipolla è ttroppo forte
damogli la morte
la morte è troppo scura
damogli la luna
la luna è ttroppo bbella
dentro c’è mi sorella
che ffa li biscottini
ppe’ zzanti bbambini
la santa molinara
che scopa su la sala
sala e zzalone
la penna de ppiccione
la scatola de mmare
che vvène pe’ ggiocare
pe’ uno pe’ ddue pe’ ttre pe’ qquattro
pe’ ccinque pe’ ssei pe’ ssette pe’ otto
pancòtto.C’era una volta un frate
all’inferno non ci cape
in Paradiso non ce lo volemo
pòvero frate che ce facemo?
Lo buttamo giù pe’ un fòsso
e diremo ch’è mmòrto i’ ppòrco.Chicchirichì ggallo sòppo
Chicchirichì cchi l’ha zzoppato?
Chicchirichì le ttre fformiche
Chicchirichì ddo’ sò ite?
Chicchirichì ssò annate a bbagno
Chicchirichì ma che mmestiere fanno?
Chicchirichì tessono la tela
Chicchirichì che cc’emo a ccena?
Chicchirichì acconnimo l’inzalata.
Chicchirichì cchi l’ ha pportata?
Chicchirichì ll’ho portata io.
Màgnetela te, nun certo io.Ggiro ggiro tondo
cavallo ‘mberatondo
cavallo d’argènto
che costa cinguecendo
cendocinguanda
la gallina canda
lasciàtela candà
la vòjjo marità
jje vòjjo dà ccipolla
ccipolla è ttroppo forte
jje vojjo dà la morte
la morte è ttroppo scura
jje vojjo dà la luna
la luna è ttròppo bbèlla
jje vojjo dà la sorèlla
jje dò i’ bbiscottini
dei poveri bbambini
i’ bbambini stanno male
stanno su ll’ospedale
l’ospedale sta llaggiù
dajje ‘n cargio e bbùttolo ggiù.Larittintin larittintin
cche ssò vvenuti żżingari
i’ żżingari de Roma
cche portono la corona
Corona d’ argento
che ppesa cinquecento
ccentocinquanta
la pecora canta
canta e’ ppecorone
vva cchjamà Simone
Simone sta ggiù llètto
Vva cchjamà Silvestro
Ssilvestro ha preso mojje
cco’ le bbìfere e cco’ le trombe
ha ppreso ‘na villana
nun sa ffilà la lana
ne llana ne sstòppa
nun sa pportà la bbròcca
né bbròcca né bbrocchino
nun za caccià lu vino
né vvino né accqua
nun ssa ffa ‘n accidente che se la spacca.Le galline su ppe’ le scale
che facévono le commare
i’ ppòrco ggiù la stalla
che sonava la chitarra
i’ nnonno giù la grotte
che magnava le pere cotte
le magnava sènza pane
scurreggiava come ‘n gane.Li zingari li zingari
che vengono da Roma
che portano la corona
corona d’argento
che costa cinquecento
cinque e cinquanta
la gallina canta
lasciala cantare
la vòjo maritare
je vòjo da’ ccipolla
cipolla è ttroppo forte
je vòjo da la morte
la morte è ttroppo scura
je vojo da la luna
la luna è ttroppo bella
ci sta dentro mi’ sorella
che ffa i’ bbiscottini
pe’ dalli a li bambini
i’ bbambini stanno male
li mannamo all’ospedale
ll’ospedale sta llaggiù
daje un carcio e buttalo ggiù.Ppescavo pescavo,
ll’anello nun trovavo
Trovavo ppesciarèlli
lli calzavo e li vestivo
li mandavo a scuola
il mmaestro nun cc’era
cc’erano ddue zzitèlle
che facevano le ffrittèlle
una me la diede una
una me la diede ‘n’andra
la mise su la panca
la panca era rotta
sotto c’era llupo
llupo era vecchio
nun sapeva rifà i’ lletto
l’ha rifatto ggatto
i’ ggatto su’ ppe’ ttetto
casca ggiù e se roppe cculetto.Piso pisèllo
colore così bello
santo Martino
scopa la sala
sala salone
la penna del piccione
la scatola del mare
che ce vol giocare
figlio di un re
alza il piede che tocca a te.
(Tirando il piede)Quando Orazio Coclite
cadde giù dal monte
si fece un buco sul- la fron- te.Sega moneta
le donne di Gaeta
che filano la seta
la seta e la bammace
a….. nu’ je piace
je piace forte forte
che se sente Roma e OrteSega segòla
(nome) va a scòla
se porta ccanestrino
co’ ddendro ppane e ccacino
la maestra jje fa la fèsta
e lo bbutta pe’ la finèstra.Tambelè della fanteliè,
plaudì e segolamè
piroletto uno, piroletto ddue, piroetto tre,
alza un piede che tocca a te.Trucci trucci cavallucci
pe la strada de Malignano
trovai una fontanella
me ci lavai le mani
me cascò l’anello
pescao pescao l’anello non trovao
trovavo due pesciarelli
li calzai e li vestii
li mannai a scola
il maestro nun c’era
c’erano due zitelle
che facevano le frittelle
Ne magnai una
ne magnai un’altra
la misi su la panca
la panca era rotta
e sotto c’era ‘l lupo
‘l lupo era vecchio
non sapeva rifà ‘l letto
jielo fece i ggatto
i ggatto sopra i ttetto
che sonava i cifoletto
le galline sule scale
che facevano le commari
e nonno giù le grotte
che magnava le pere cotte
le magnaa senza pane
abbajjava come ‘n cane.

LE PARTI DEL CORPOBatti batti le manine
che arriva papà,
tanti giocattoli ti porterà,
X che è tanto bravo
presto presto ci giocherà.
Batti batti le manine
che arriva papà
tanti dorgi ti porterà
e X che è tanto jjotto
presto presto li magnerà
e dòppo soddisfatto
s’ addormenterà.Vola Ggiggino vola ggiggetto
Rivène Ggiggino rivène Ggiggetto.Dentro la bella piazza
c’è ‘na ggallina pazza
co’ tanti purcinelli
biri biri bbelli.Questa è la barbizza
questa è la magnaciccia
questa è la guancia rosa
questa è la sua sposa
questo è l’occhio bbello
questo è suo fratello
questa è la cchiesetta(la fronte)
questo è il ccampanello (naso).Questo c’ha fame
questo non c’ha i’ ppane
questo come faremo
questo lo rubberemo
questo è il povero nicchi nicchi
chi ruba s’impicchi
chi ruba s’impicchi.Pollice dice non c'è ppane
Indice come faremo
Mmèdio lo compreremo
Anulare c'è ‘m pezzettino
Mignolo dételo a me che sò ppiù piccolinoQuesto è ll’ occhio bbello
questo è suo fratello.
Questa è la guangia bella
questa è sua sorella.
Questa è la bboccuccia bella (indicando la propria)
questa è sua sorella.
Questa è la fronde rasa
pprucci pprucci tutti a ccasa.Il pollice grassòtto
che sembra un signoròtto;
l’indice una lancetta
che segna le ore in fretta;
il medio è il capobanda
che ordina e comanda;
ci vuole l’anulare
per farsi rimirare;
lungo come il nasino
il caro mignolino.Il pollice vòle fare una focaccia,
l’indice presto la farina staccia,
il medio fa la pasta e la lavora,
l’anulare la focaccia indora,
ma restano i fratelli a bocca asciutta,
il mignolino se l’è mangiata tutta.

FORMULE E VERSI APPARTENENTI A FAVOLE, FAVOLE SENZA FINEI’ pprète de ddindirindì
co’ ttutte le fémmine va a ddormì
e stasera tòcca a mmamma
ècco la bborza che jje manna.Èrono tre che annàvono a ccaccia:
èrono Bbecchino Bbeccone e Bbeccaccia.Mamma mia e mmamma tua
litigavono un rumbazzo d’ ua
mmamma tua ch’èra ppiù llèsta
se lo mise sotto la vèsta
mmamma mia ch’èra ppiù ddritta
se lo mise ne la ttrippa.Flavio Meca e Ppita
sò ccascati pe’ la ripa,
li sò ‘nnati a ppijjà co’ la lettica,
èrono Flavio Meca e Ppita.C’èra ‘na vòrda u’ rre
che mmagnava più de te,
che mmagnava ppane e ccacio,
tira via questo naso!C’era ‘na vòrda
Caporivòrda
se rivordò
e se scapicollò.C’era ‘na vòrda dìmmelo e ddàmmelo:
mòre dìmmelo chi ce rimane?
Dammelo.Cc’èra ‘na mèrla e ttordo.
La mèrla disse a ttordo:
“Tordo bbalordo, sendirai la bbòtta si nun zì ssordo”
E ttordo rispose:
“E ttu mèrla puttanèlla,
che lo sapevi perché num me l’hai detto”?C’è un re bifé biscòtto miné
c’aveva una figlia
Bifilla biscòtta minilla.
Questa figlia Bifilla
biscòtta minill
aveva una palla bifalla
biscòtta minalla.
Questa figlia bifilla biscòtta minilla
si perse la palla bifilla biscòtta minalla.
Il re mise l’avviso e disse
“Si ttrovi la palla bifalla
Biscòtta minalla avrà
Mia figlia Bifilla Biscòtta Minilla in sposa”.
La trova un vecchietto e vva dda rre.
“Signore ho trovato la palla Bifalla Biscòtta minalla
Datemi vostra figlia Bifilla Biscòtta Minilla”.
“Vattene via brutto vecchietto mia figlia
Bifilla biscòtta minilla non te la dò a te”.È nnùvolo mmartembè
a ccasa de ll’andri nun ze sta bbè!!
Cara commare, nun me ne curo,
si la pizza te còce cculo.La frangiottola de ’pistello
che ppe’ ddilla ce vòle gran tanto
te la dico si o nnò?La serva ncominciò: C’era una volta un re…..
Seduto sul sofà
Che disse alla sua serva
Raccontami una storia
La serva incominciò….Una certa Mariuccetta
ea nome na giacchetta
nun avea tredicianni
se vestia de tutti i panni
se n’accorse la padrona,
cacciò via quella birbona
e la cacciò via de notte
giuppe vvicolo dela grotte
jje se fa ‘na fantasia,
se ne va giù da la zia
-Zzia mia, sò ddisperada:
io me tròvo ‘m mèżżo a ‘na strada
-Fijja mia che to da fà
N’ gi hò più gnende da ngiangigà-
Se ne va giu ppe i’ paese
trova ‘m pezzo de maccarese
gira gira gira gira
ma nessuno se la pijja.

BLASONI POPOLARIAmerini ‘nfirżafico.Sì ccome ccapoccioni de BbassanoBassanello ttre case e ‘n gastèlloA Bbassanèllo cc’ hanno solo vvino e gnènde cervèllo.Canepina passa e ccammina.Cchja tre pponti e ‘na via.Orte scalo bbatti lontano.I’ ffunari vèngono da FolignoSi vvèni da Narni te mangono i’ zzòrdi i’ zzigheri e ffurminandi.E’ Nera a Montoro.Nnapoletani falli a ppèzzi e ddalli a’ ccani.Sa’ Llibberato sarvace tu
da quell’ animale che va ppe’ muro suSa Llibberato nòstro lìbberace tu
da quell’animale gròsso co’ le còrna pe’ ll’inzù.Sa’ llibberatesi lumagari.Schifannòia
fa schifo a ‘nnacce
e nnòia a stacce.Sorianesi magna gatti.Vallerano passa e va londano.Vetralla do’ piscia la cavalla.FILASTROCCHE, CANTI LEGATI ALLE FESTIVITA’ DELL’ ANNOBambinèllo carino carino
con que’ capo ricciolino
con quell’occhj pieni d’amore
bambinèllo ti dono il mio cuoreL’ Èrba che guarda ‘n zù è tutta de Ggesù.La bbefana viè dde notte
co’ le scarpe tutte rotte
cco’ ccappello a la romana
viva viva la bbefana.Bbefana mia che scenni da la tana
cco’ le scarpette rosa
me bbutti quarghe ccòsa?La Bbefana vène de nòtte
co’ le scarpe tutte rotte,
è vestita co’ la sottana
vène vène la Bbefana.Bbòne fèste e bbòn Natale
famme la mangia se te pare.Maria lavava
Giusèppe stendeva
suo figlio piangeva:
Aspètta, mio figlio,
che im braccio ti piglio,
la sisa ti dò
evviva Maria e cchi la creò.Stanòtte a mmeżżanotte è nnato um bèl bambino
bianco rosso e ttutto ricciolino.
Maria lavava, Ggiuseppe stenneva
e i’ bbambino piagneva
da’ i’ ffreddo ch’aveva.
Num piagne’, mio fijjo,
che adèsso te pijjo,
te lavo, te vèsto, la pappa te dò.
La nève scenneva,
scenneva da i’ ccèlo,
Maria co’ i’ zzuo velo
covriva Ggesù.Ccarnevale èra ‘m brav’òmo
ma la mojje èra jjotta:
Ccarnevale magna ‘n òvo,
e la mojje una còppia.

ORAZIONIBuona notte, Madònna mia,
tu ssèi la mamma mia,
l’Immacolata Concezzione,
dàteci la santa benedizzione.Oh Madonnina dall’azzurro manto
Proteggi e ascolta il mio piccolo canto.
Proteggi e ascolta il piccolo Gesù
O Madonnina non lasciarmi più.Bbòvi bbòvi dove annate
Cche le pòrte son serrate.
Sòn serrate per la via
Dove annate Ggiusèppe e Mmaria?
Vado in cèrca del mio fijjòlo
So ttre ggiorni che nu’ lo tròvo.
Ll’ ho ttrovato sotto un ponte
Co’ le mani piegate e ggiunte.
Cchi jje dava ‘na sassata
Cchi jje dava ‘na cortellata
Sangue rosso je colava
La Madònna jje l’ asciugava
Je l’asciugava co’ vvelo rosa,
la Madònna se fece spòsa
Je l’asciugava cco’ vvelo biango
Padre Figliòlo e Spirito Santo.
Non impòrta Ggesù caro
se i’ ccaffè è ‘m pòco amaro
sènza smòrfie lo bberrò
le tue pene addorcirò
(questa preghierina veniva fatta dire ai bambini quando
bevevano il caffè fatto con le ghiande).A letto a letto me ne vò
l’anima mia a Ddio la do
la do a Ddio e a san Giovanni
cheddemonionun m’inganni
né de notte né de dì né in punto de morì
né de dì né de notte né in punto de la morte.
Da parte a lletto mio c’è l’angelo di Dio,
dellà e de qquà la Santissima Trinità.
Io mecorgo in questo letto e nun so si me riddrizzo,
una cosa sola domanno a Gesù Cristo,
confessione comunione ojo santo,
Padre Figliolo e Spirito Santo.
San Pasquale di Bailònne
protettore delle donne,
famme trovà marito
biango rosso e colorito.

FORMULE DI SCONGIURO, DI INCANTESIMO O DI GIURAMENTO, CANTILENE SU FENOMENI ATMOSFERICI.Lucciola pènta calla calla
metti la sèlla a la cavalla
la cavalla è dde rre
lucciola pènta vèni co’ mme.Lùcciola lùcciola campagnòla
vèni con me te porto a sscòla
te porto da ffijjo de rre
lùcciola lùcciola vèni co’ mme.Lumaca lumaca
caccia fòri le còrna
Ggiddio Madònna
Madònna de Loreto
ccaccia fòri pane e aceto
ppane e aceto nu’ mme piace
ccaccia fòri pane e bbrace
ppane e bbrace nu’ mme piace
ccaccia fòri pane e ….Mariòla mariòla
chi tt’ha fatto la camiciòla?
Me l’ha fatta la mia zzia
apri l’ali e vvola via.Scardone scardone
ddomani è ll’Ascenzione
si ttu nun volerai, scardone morirai.Cuculo cuculo,
quante penne hai nel culo?
Tre di qqua tre di llà,
quanti anni mi fai campà?Dall’ èremo a le stelle sendiam fino a qquaggiù
I’vvècchjo caribbù fare iuiuiu.
e i’ ccuculo candar far cucù cucù cucù.Capra capretta
che bruchi ll’ erbetta
si ll’ erbetta nun troverai
de fame morirai.Fume fume va ‘n colònna,
c’è Ggesù co’ la Madònna,
la Madònna e Ggesù Cristo,
fume fume sali ‘n celo dritto dritto.Sanda Lucia mia,
passa pe’ ccasa mia
co’ u’ mmazzo de finòcchj
guarìsceme tutte ddue ll’òcchj.Acqua corrènte
la beve i’ zzerpènde
la beve i’ bbon Dio
la bevo pur’io.Ecco ll’acqua de ttroscioni
fico pèrsica e meloni
e travòrge e se ne va.Signozzo mio signozzo
da la fondana a ppozzo
da ppozzo a la fondana
da ccuòre de chi mi ama
se me ama se trattènca
se nnò me rivènga.Ppiove e cc’è zzole
la Madonna còjje ‘n fiore
e lo còjje pe’ Ggesù
quann’è ddomani nun piove ppiù.Ppiòve piovìccica
la vècchia s’appìccica
s’appìccica llà ppe mmuro
casca ggiù e se roppe cculo.Vedo la luna, vedo le stelle,
vedo Caino che ffa le frittèlle,
vedo la tàvola apparecchiata,
vedo Caino che ffa la frittata.Sfogliando la margherita.
M’ama nun m’ama,
M’ama nun m’ama,
Se mi ama me rivènga,
Se no se trattènga.Cèndo scudi l’ho messi in un buco
dimà ce li metto andri cèndo
quanno mòro mòro condendo.

PER PRENDERE IN GIRO I BAMBINIAh regazzì’ vamme a ppijjà ‘n etto de zzambette d’anguilla salate.Si nu’ stai fermo jamo martalanga.Masséra te manno a letto scarzo e co’ la panza a tirà.Masséra te manno a letto scarzo e co’ la capoccia im mmèzzo all’ orecchje.Vamme a ppijjà da mmacellaro ‘n chilo de muso pisto se nun ce l’ha pisto fattelo pistà.Mo te faccio vedé Roma.Sendi nònno che cutola le botti ?
(Come modo scherzoso ma anche per tranquillizzare i bambini quando c’erano i tuoni)L’hai trovato lo svejjamammòcci!
(Svejamammocci! Si usava perlopiù quando una persona, distratta, inciampava cadendo! Magari, sempre x distrazione, batteva la testa o qualsiasi altra parte del corpo je se diceva:l'hai trovo lo svejamammocci!)FRANGIOTTOLE (FAVOLE )La frangiòttola della commare ssorchettaLa commare sorchetta sulla finestra tutta infiocchettata cerca marito…
Passa llà sotto ‘n asino e jje dice:
“Commare sorcé cche ffai su la finestra tutta infiocchettata?”
“Cerco marito!!!”
“Vvòi a mme?”
“Canta ‘m po’!”
“Ià Ià Ià …”
“Passa passa nun fai per me!!!”
Passa ggallo.
“Commare sorcé che ffai su la finestra tutta ‘nfiocchettata?”
“Cerco marito!!!”
“Vvòi a mme?”
“Canta ‘m po’!”
“Chicchirichì”
“Vèni su vèni su che cc’annamo a sposà”.
Se sposano e vanno in viaggio de nozze, trovano ‘na pianta de noci e ccompare gallo vola su e commare sorcetta sotto che jje diceva:
“Ccompare gallé, me tiri ggiù ‘na noce?”
Jje tira ggiù ‘na còccia.
“Compare gallé, tireme ggiù ‘na noce”
Jje tira giù ‘na noce e jje rompe la capoccia…
Compare gallo comincia a strillà:
“Correte correte la commare sorcetta s’è rotta la capoccia co’ le cocche…co’ le cocche…”**La frangiottola de MammaluccoMammalucco era un rragazzo ‘m po’ sciocchetto che vva ne la macchia a ffa la legna. Endra dendro la macchia, e nne mmendre che endra dendro la macchia trova ‘n vecchietto e jje dice:
“Cc’hai ‘m pezzetto de pane?”
Dice: “E…ppane no”
Dice:“Cc’ho ‘m pezzetto de pizza, famo ‘m pezzetto per uno”.
Fanno ‘m pezzetto per uno.
Mammalucco endra dendro la macchia propio e vede una bbella pianta e la tajja.
Dice:“Oh…cche fregata che ho ppreso!”
Dice:“E mmo cchi cce la porta a ccasa?”
Dice:“Ce voleva che la pianta camminava!”
E la pianta se mette a ccamminà.
Dice:“Ah, dato che ttu ccammini, io me ce metto a ccavallo”.
Se mette a ccavallo su la pianta e cammina cammina arriva sotto a’ barcone de rre.
C’era la fijja de rre su barcone e se mette a ride:“Ah...Ah…Ah... guarda ‘m po’ Mammalucco a sedé su la pianda che la pianda cammina!”
“Che potessi fà ddu’ regazzini !”
Dopo un po’ nàscono ‘sti regazzini e ppatre je dice:“Bbrutta bbirbacciona, dove sei stata? Con chi sei stata?”
E…ffa le cene e invita tutti i regnanti e…nessuno.
Ppoi invita tutti i principi …nessuno.
Invita i signoròtti vengono così così…
Ppoi in ultimo invita i’ppoveracci.
Quanno endra Mammalucco tra i ppoveracci ‘sti ragazzini ‘ngominciono a cchiamà:“Bbabbo! …bbabbo!…bbabbo…!Mamma, è ‘rrivato bbabbo, mamma, è rrivato bbabbo!”.
Allora i’ rre dice:“Bbrutta bbirbacciona sei annàta co’ qquello che è un poveraccio!”
E…qqua e llà…
Je dice a’ zzervidore de fà una botte métteli dendro tutti e ttre, tutti e qquattro.
E li bùttono ssu mmare… Je mette ll’uva e ffichi secchi ppe’ rregazzini e vvanno ssu mmare.
Allora la regginèlla llì jje dice:“Mmammalucco, tu che ssei tando bbravo ch’hai fatto camminà ‘na pianda, ddì cche questa bbotte andasse su la spiaggia”.
“Damme uva passa e fichi secchi, adesso adesso te lo dico: cche questa bbotte andasse su la spiaggia!”
“Mmammalucco, ma nun possiamo stà sempre cchiusi così dendro a la botte, pure ‘sti ragazzini hanno bisogno d’aria”
Dice:“Damme uva passa e ffichi secchi, adesso adèsso te lo dico: che la bbotte se apre!”
Allora ffijji tutti condèndi, vólono scorràzzono su la spiaggia e vvia.
Dice:“Mammalucco, però nun że po’ stà sembre così senza una casa, tu cche sai tande cose, ffa’ venì ‘na casa!”
“Cche vènga un bbel palazzo reale”.
E vvène ‘sto palazzo.
Allora i’ rre dice:“Madonna! io ho bbuttato ‘sti fijji dendro a’ mmare, ma come fanno mό, viène ll’inverno, vèngono le tempèste, ‘sti fijji mòrono, me vòjjo mette in cèrca”.
Ss’è mmesso in cèrca de la fijja e dde nnipoti e arriva su la spiaggia.
Scende da ccavàllo che stava e questi regazzini ‘ngomìnciono a cchiamà: “Nonno, nonno,nonno!”
Dice:“Ah, io pure cch’avevo ddu’ nipotini” dice “Ma sò stati così dendro la botte su’ mmare”.
Dice:“Pure noi semo stati dendro la botte”
Dice:“Ma nun è ppossìbbile che i nipoti sò ccosì”
Allora chiamono:“Mamma mamma, c’è nonno, c’è nonno!”.
Questa èsce fòri da la casa e vede il padre…s’abbràcciono…tutto quanto…
Je dice:“E…Mammaulucco?”
“Papà, Mmammaucco eccolo sta llì, sta leggendo”.
Dice:“Ma non ci pòsso crédere che Mmammalucco è divendato così intelligende che lègge pure ggiornale, era un ragazzo sciòcco”.
Dice:“Papà, Mmammalucco c’ha tande bbelle virtù”.
Dice:“Allora dijje se annamo a ppalazzo reale, che vène a vìvere co’ nnoi”
Dice:“Sì!”
“Mmammalucco, papà dice se annamo a ppalazzo reale!”
“Va bbene, va bbene…andiamo andiamo”
Vanno a ppalazzo reale.
E dda llì finisce tutta la còsa che c’aveva Mammalucco.La frangiottola de FaciolinoC’èra ‘na vòrta Faciolino che èra piccolo piccolo. La madre jje diceva nun annà in giro, ma Faciolino nun sentiva. Un giorno è annato in un campo e cc’èrano tante vacche, una s’è mmagnato Faciolino.
La sera la madre cercava Faciolino.
-Faciolino, dό staiii?
-Dendro la panza de’ bbue nerooo!
Spacca la panza de’ bbue nero, ma Faciolino nun c’èra
-Faciolino, dό staii?
-Dandro la panza de’ bbue rossoo!
Spacca la panza de’ bbue rosso ma Faciolino nun c’èra.
-Faciolino, dό staii?
-Dendro la panza de bbue gialloo!
Spacca la panza de bbue giallo, ma Ffaciolino nun c’èra.
(Si può proseguire anche attribuendo al bue altri colori)
-Faciolino, dό staii?
-Dendro la panza de’ bbue biancoo!
Spacca la panza de’ bue bianco ed ècco Faciolino tutto spòrco de cacca, la madre lo pulisce, lo lava e jje dice: - Lo vedi che tt’è ssuccèsso a nun zentimme?
Da quel giorno Faciolino nun ci andò più ne ccampo.La frangiottola de combare Carletto e combare sorcetto.Combare Carletto c’éa na pianta de noce
e jje dice: m’aiuti a ccòjjele?
Però quelle bbòne drendo a ‘n zacchetto,
quelle cattie drendo a ‘m buchetto.
-E no- dice combare sorcetto
Quelle bòne drendo a ‘m buchetto,
quelle cattie drendo a ‘n zacchetto.
‘ngominciano a llitigà
e combare Carletto co’ ‘na nociata roppe la tèsta a combare sorcetto
e siccome jje servia ‘na pèzza pe’ ‘nfascià la capòccia de combare sorcetto,
va da zzarto : -
Zarto, damme ‘na pèzza pe’ fascià la capòccia che hò rotto a ccombare sorcetto
E zarto dice: - Tu che me dai?
Io te dò ppane.
E va da fforno:
Forno, damme ppane
Ppane pòrto a zzarto,
zzarto me da ‘na pèzza pe’ ‘nfascià la capòccia che hò rotto ac combare sorcetto.
I’ fforno dice: - Io vòjjo legna.
E ccosì va a la maccchia
Macchia, damme legna
Legna pòrto a’ fforno
Forno me da ppane
ppane pòrto a zzarto,
zzarto me dà ‘na pèzza pe’ ‘nfascià la capòccia che hò rotto ha combare sorcetto.
La macchia dice: - A me me sèrve l’acqua.
E ccosì va da ppozzo:
Pozzo, damme l’acqua
Acqua pòrto a mmacchia
Macchia me dà llegna
Legna pòrto a’ fforno
Forno me dà ppane
Ppane pòrto a zzarto,
zzarto me dà ‘na pèzza pe’ ‘nfascià la capòccia che hò rotto a ccombare sorcetto
I’ pozzo dice : - L’acqua nun c’è, l’ha bevuta la vacca
-E la vacca do sta?
Giù mmacèllo, chi pparla prima
‘n cazzòtto su ciarvèllo.LA FRANGIÒTTOLA DE LA MATRE E LE FIJJE SCIÒCCHECc’ èra ‘na matre e ttre fijje ‘m bò sciòcche, e queste ttre fijje parlàvono male, nun zzapévono parlà.
Allora s’èrono messe a ffà ll’amore.
E la matre jj’hà detto:
“Quanno vèngono rregàzzi num parlate, pperché sse nnò ve làsciono via”.
E qqueste ‘ndanto cche cc’èrono rregàzzi filàvono la stoppa.
Allora una dice:
“Quant’è ttitta quetta ttòppa!”
Quell’andra jje risponne:
“Si è ttitta ttappela”
Je risponne la tèrza e jje dice:
“Ha detto mamma num pàllete e ttu hai pàlleto”
Allora rregàzzi se danno ‘na guardata e vvanno via.





La leggenda di Bertrada;
la pietra dello scandalo;
la tommola (un aneddoto), un accenno alle catene di piazza;
palazzo dell’orlòggio: la bandiera; le scale de sanda Maria: poesia; la fontana di piazza, aneddoti
SU PPE’ PPIAZZA
La leggenda di Bertrada“A settentrione l’angolo del vasto palazzo vescovile, ci ricorderebbe solo le apparizioni del canuto vescovo della nostra infanzia, quando vestito di rosso si affacciava alla finestrella in certi tardi pomeriggi violacei e caldi, vicino al cameriere alto distinto e vestito di nero, se una leggenda dell’età di ferro non desse a quelle mura una significazione arcana.
Narra la leggenda che nel più fosco medioevo una feroce pestilenza mieteva vittime nella città, e la popolazione atterrita e inorridita si rivolse a una megera che aveva fama di stregoneria per sapere cosa occorresse ad allontanare il flagello. Disse costei che per non placare l’ira del cielo occorreva il sangue della più giovane e più bella fanciulla della città.
Splendeva allora per fiorente bellezza e per alto lignaggio la sedicenne Bertrada de’ Vincitori, che a furia di popolo fu tratta dal suo palazzo e trascinata in piazza per essere offerta in sacrificio.
Il vescovo Damaso, vecchio e cieco, venuto a conoscenza della matta bestialità, accorse sorretto dai diaconi sulla piazza. Era il crepuscolo. Pregò, scongiurò, pianse perché il popolo si rinsavisse. Ma chi tiene la potenza delle megere quando la folla impazzisce? Sono queste più scatenate dei capipartito quando si agitano per fare la storia.
Il popolo inveì contro il vescovo cieco; lo assalì, lo travolse e lo uccise. Profittò di quel trambusto un giovane cavaliere che prese Bertrada in arcione e si dette a fuggire a corsa sfrenata per le pendici del colle, dileguandosi per la vallata. Ma Bertrada, bionda e dagli occhi azzurri profondi e folgoranti, morì per lo spavento.
E d’allora, ogni anno, nella notte di san Silvestro, dall’alto del palazzo vescovile appare una fanciulla soffusa di vivida luce, bianco vestita che grida per tre volte: “Il vescovo di qui ti benedice, città felice.” ( Di Marcantonio A., Un’isola d’oro, Roma 1960, Istituto grafico Tiberino di Stefano De Luca, pp. 31 – 32.)
Un’altra versione invece dice: “Nella confusione generale, un giovane cavaliere s’avvicinò alla povera Bertrada, impaurita e piangente, e la prese con sé, allontanandosi immediatamente sul proprio cavallo lanciato al galoppo, inoltrandosi nella valle del Tevere. Nessuno seppe più alcunché di loro.” (Cherubini V., Fuselli E., Marcoccio V., Lore ortano, Viterbo 2017, Sed Editrice p. 52. )

La pietra dello scandalo“La pietra dello scandalo era un pezzo di travertino sostenuto da due piccole tozze colonne. Vi salivano a quell’epoca tutti i tenori della politica per i loro comizi, fu per questo denominata (mi sembra da Giuseppe Bottai che di frequente v’arringava) “Dello scandalo”. Di sabato e di domenica, in vista della collettivizzazione o del risorgimento della patria, era una musica continua, quasi sempre stonata, di parole. Uno scendeva e un altro saliva. E il vecchio popolo paziente e allenato ascoltava. Sotto le elezioni la bagarre non conosceva intervalli: sette giorni su sette gli onorevoli altercavano con i contraddittori, i fischi si mischiavano coi battimani, gli urli salivano alle stelle e non di rado volava qualche cazzotto.” (Amleto Di Marcantonio: Un’ isola d’oro, Roma1960, edizione De Luca, p. 36.)La tombola“Nelle feste di sant’Egidio e dei S.S. Martiri dopo cena c’era l’estrazione della tombola. Oggi tutto ha perduto attrattiva; la comodità dell’altoparlante ha fatto tramontare una delle istituzioni più tipiche, l’annuncio del numero estratto. Sulla loggia dei priori per oltre quarant’anni con le mani saldamente appoggiate sulla ringhiera, rivolto solo per tre quarti verso la folla, Antonio Settefaccende, detto “Antonio del porco”, ultimo degli annunciatori, fece risuonare la sua voce. Uno squillo di cornetta imponeva, ad ogni numero, silenzio: tutte le facce erano rivolte verso di lui: NUMMORO…
annunciava con voce robusta e tutte le facce si riabbassavano sulla cartella, vociando. […] Una tombolata rimase memorabile nel 1904. Per chi sulla piazza non avesse sentito bene il numero gridato, il Comune aveva fatto costruire un grosso cartellone di legno con i novanta numeri che venivano girati man mano che venivano annunciati. Quell’anno questo compito era stato affidato ad un certo Bellioni detto “Pippici”, un usciere del Comune.
La tombola come si sa, si svolge sulla sera, e Pippici, che si era un po' attardato nelle osterie, arrivò dietro il cartellone piuttosto brillo. Antonio si sgolava con la solita voce; Pippici sotto l’effetto del vino girava a sua volta i numeri così, a caso, come gli capitava. Nella piazza la gente segnava come gli conveniva. Ad un certo punto gridarono tombola, contemporaneamente una decina di persone, ma al controllo nessuno aveva vinto. Cominciarono sul balcone ad agitarsi, a gridare. Dalla piazza la folla inveiva che si volevano fare gli imbrogli. […] … le cose cominciarono a mettersi male. Un provvidenziale intervento di Pippici fece risolvere tutto in una risata. Sceso da dietro il cartellone, rivolto alla piazza, cominciò ad urlare agitando una mano chiusa sulla fronte: “Gojji… ehmbè che c’è?... La rifamo no?” (Gioacchini D., Curiosità ortane, Orte 1961, Tipografia Menna p. 17.)Un accenno sulle catene“La piazza del Comune era, allora come oggi, il cuore della città, dove sorgevano gli edifici pubblici (il Palazzo dei priori, la curia del podestà e la cattedrale) e dove si svolgeva una parte consistente della vita pubblica. Pertanto nella piazza erano spesso poste alcune guardie armate che in genere sostavano sotto il portico della chiesa di San Giovanni Battista, detto il “tettarello”. Nei momenti di pericolo, quando veniva rafforzata la custodia delle porte, tra i primi provvedimenti si provvedeva a schierare un adeguato numero di armati nella piazza che, all’occorrenza, provvedevano a sbarrare le sette vie di accesso con le apposite catene.” (Zuppante A., Storie di Orte nel Medioevo et ultra, Centro Studi per il patrimonio di San Pietro in Tuscia, Orte 2003, Ente Ottava Medievale di Orte, p. 189.)
“Le pesanti catene della Piazza del Comune, delle quali il Leoncini documenta l’esistenza, per la prima volta nel 1401, sono ancora appese sulle vie che sfociano nella piazza, numerate in senso orario a partire dall’ odierna Via Gramsci. Nei secoli hanno rappresentato anche un simbolo giuridico/amministrativo per delimitare lo spazio della Piazza del Comune, entro la quale i reati commessi erano puniti con pene doppie.” (Zuppante A., Storie di Orte nel Medioevo et ultra, Centro Studi per il patrimonio di San Pietro in Tuscia, Orte 2003, Ente Ottava Medievale di Orte, p. 189.)
Nelle colonne della piazza invece, coloro che fallivano nelle attività e quindi non pagavano, venivano legati e con le natiche scoperte dovevano gridare per tre volte: “Creditori pagatevi”. (Presente nello statuto ortano con l’articolo del fallimento del 1584).

Palazzo dell’Orologio
“Degno di ricordo è lo spericolato atto di un animoso e solitario repubblicano, che di notte, circa 1865 – 1867 ebbe l’ardire di arrampicarsi in cima al campanile della cattedrale (Alcuni a questo riguardo, ritengono che fosse stato fatto nel palazzo dell’orologio, altri invece nel Monte di Pietà a Orte, situato in via Piè di Marmo.)
e issarvi il tricolore legato alla croce terminale, sotto un cartello diceva:
Sì eravamo in tre
se poteva sapé
sì eravamio in dui
lo sapemio io e lui
siccome ero io e la bandiera
scoprite un cazzo che ve se frega.”(Carosi A.,, Un episodio del Risorgimento della Provincia di Viterbo, I disordini del 1849 nella città di Orte, l’arresto del padre gesuita Giampietro Secchi e la fuga del prelato Stefano Scerra, arcivescovo di Orope in partibus e segretario della Congregazione dell’Immunità Ecclesiastica, in Biblioteca e Società, Quaderni della rivista del consorzio per la gestione delle biblioteche comunale degli Ardenti e Provinciale Anselmo Anselmi di Viterbo, 1994 n°21; con variante anche in Gioacchini D., Curiosità ortane, Tipografia Menna 1961, Orte, p. 145.

Le scale di santa MariaLe scale di santa Maria hanno rappresentato per molte generazioni, un posto di ritrovo, i bambini ci facevano la “scivolarella”, i ragazzi soprattutto nel periodo estivo ci giocavano a pallini, possono ospitare circa mille persone, per molto tempo veniva occupata soprattutto quando c’era la tombola da una grande folla, nelle serate estive da molte persone che chiacchieravano tra loro e da tantissimi ragazzi.
POESIA
Su pe’ le scale de la cattedrale
a la matina, ar giorno, a mezzanotte
hai da vedé: te sembra carnevale:
bruginz, maje a strisce, scarpe rotte!Mica che nun ce l’hanno li quatrini
(so’ fiji de papà, so’ squatrinati)
je piace de vestisse da burini,
fa “scic” è “snob” è “oblige” (so’ sfasati).
Se baceno, se strignono ammucchiati.
Fanno l’amore? Boh! Ce credo poco.
Si passa un santo ammiccheno, schifati,ma poi vaje a grattà un pochetto er core
se metterebbero a ballà puro sur foco
pe’ ritrovà se stessi e… un po’ d’amore.
(Don Cipriano Sonaglia)


La fontana di piazza“Prima che l’amministrazione podestarile, non “addusse” nuove “acque fresche e chiare” con numerose fontanelle rionali e fin dentro le case, tutta la popolazione beveva alla vecchia fontana, le donne vi si recavano con le brocche di coccio che, sebbene pesanti, venivano portate senza apparente sforzo sopra la testa, appoggiate ad uno straccio arrotolato “la torcèlla”. (Di Marcantonio A., Un’ isola d’oro, De Luca 1960, Roma, p. 44.)I viaggi per prendere l’acqua erano un rito sociale.
“La processione pomeridiana richiedeva, specie alle ragazze, un abbigliamento di mezza festa. Serviva anche a scopi mondani e doveva essere una rappresentazione da cui le protagoniste e spettatori ricavassero sensazioni per occupare il tempo in discorsi e fantasie.”
(Di Marcantonio A., Un’ isola d’oro, De Luca 1960, Roma, p. 44.)

Bonèllo e i’ ttabbaccari.Aricòrdo che dda ciuchi lo pijjàvamo ‘n giro Bonèllo su’ ffatto che la tèrra ggira. Ésso sèrio ce risponnéa: “Séh… dimadìna quanno vajo jó ‘m piazza a’ ppòsto de Marcèlla (Tabbaccara a ddèstra de piazza), ce tròo Żelindo! (Tabbaccaro a sinistra de piazza)”.
Ricordo che da bambini lo prendevamo in giro Bonello sul fatto che la terra gira. Lui serio ci rispondeva:“Seh… domattina quando vado giù in piazza al posto di Marcella (tabaccaia a destra di piazza), ci trovo Zelindo! (tabaccaio a sinistra di piazza)”Bbonèllo e bbelangióne.‘N gruppo de perzóne èrono riunite ‘m piazza e, parlanno de’ ppiù e de’ mméno, dicéono che la tèrra èra tandi miglióni de mètriquadri e cche ppesava tande tonnellade. Allóra Bonèllo che sendiva, féce ‘n’ osservazzióne: “Ma sentéte ‘m bò, ma i’ bbelangióne dó’ l’hanno attaccato ppe’ ppesalla?”
Un gruppo di persone erano riunite in piazza e, parlando del più e del meno dicevano che la terra era tanti milioni di mq e che pesava molte tonnellate. Allora Bonello che ascoltava fece un'osservazione: “Ma sentite un poco ma la stadera dove l'hanno attaccata per pesarla?”Ccinema de’ PpidocchiéttoIl cinema è dedicato a Proba Falconia poetessa.
“Ortana figlia di Adolfo Proconsole romano che visse dal 322 al 370 d.C. al tempo di Bonifacio I° Papa anno 420. Trascorsa che ebbe la sua prima giovinezza in Orte, andò sposa al proconsole Clodio Celsinio Adelfio, che fu prefetto di Roma nell’anno 351 d.C. Proba, seguendo una sua innata predisposizione, si dedicò alla letteratura e compose una prima epopea in esametri latini, oggi perduta, dal titolo
“La guerra civile dei Romani”, in cui narrava la congiura di Magnenzio contro l’imperatore Costanzo avvenuta nell’anno 353 d.C. Successivamente scrisse un’opera, che doveva eternare il suo nome, e cioè “Il Centone Virgiliano”.
(Moretti F. De Laudibus Christi Il centone di Proba Falconia, Orte 2017, Tipografia Menna.)
L’opera che è giunta fino a noi, è divisa in due parti: la prima parla della Creazione del Mondo, della caduta di Adamo e del Diluvio; la seconda narra, in breve, la vita di Gesù dalla nascita fino all’Ascensione. Il libro venne subito considerato canonico, cioè ispirato da Dio; in seguito con un decreto del Papa Gelasio I° (492-496) venne posto tra i libri apocrifi, cioè non ispirati, ma di sana dottrina cattolica. Tale decisione, poi, venne ribadita dal Papa Ormisda in un analogo decreto (514-523). Proba fu assai apprezzata per il suo ingegno, tanto che S. Isidoro scrisse di lei “Proba, moglie di Adelfio proconsole, è la sola donna degna di figurare tra gli uomini illustri ecclesiastici”. Il libro, secondo quanto afferma Giulio Roscio, fu dedicato ad Onorio, infatti nella sua edizione si legge: “Ad Honorium Aug. Teodosi Magni f. et Ardadii Aug. Fr.” (Ad Onorio Augusto, figlio di Teodosio Magno e fratello di Arcadio Augusto).”
(Dott. ssa Alessia Fassina)
Giovanni Boccaccio la cita tra le donne celebri. Link utile:
https://www.italiamappe.it/stradario/orte/piazza-proba-falconia/


CANTI PROCESSIONALICanto in piazza per la processione del Venerdì SantoMiserere mei Deus
Secundum magnam
misericordiam tuam
et secundum
multitudi miserationum tuarum
de le iniquitatem meam.
Amplius lava me abiniquitatem mea
et a peccato meo mundame.
quoniam iniquitatem meam ego cognosco
et peccatum meum contra me est semper.Canto al rientro della processione del Venerdì Santo
Processione del Venerdì Santo 1941




Lo spiazzo Tròjo e via Teverina:
Stornelli sui litigi, stornelli a dispetto, blasoni e Ellerata;
le piazzette: i’ zzòrdi e la tirchiaggine, tiritere e poesia.




Vigolo baciafemmine: i’ ttradimenti poesie e stornelli;
Andri vigoli: vita quotidiana, stornelli a dispetto vicoli, antroponimi;
La Marca: le maledizioni.




La Rocca: Mastro Titta, credenze popolari.
Arco de’ VVascellaro: li spropositi de Chirichello, le credenze popolari, i canti religiosi popolari la Passione, san Giuseppe vecchiarello; canti processionali: Miserere, Stabat Mater; Canti popolari dei mestieri: fantesca, callararo; canto narrativo popolare, canti narrativi e scherzosi, stornello alla sor Capanna, canto narrativo di fiera: canto cumulativo: Me scappa fòri la mosca da’ mmoscaro.




Ospitale: Poesia e aneddoti ospedalieri;
Le frangiòttole (18 Favole ortane)




Poggio Casa de Ggiuda: blasoni popolari, stornelli d’amore;
Piazza Pietralata: un vecchio studio dentistico aneddoti e poesia.




Ssa’ Mmiaggio: Preghiere popolari scomparse: diasille, preghiere per i santi, preghiere alla Vergine, a Gesù Bambino, preghiere della sera.







